ORHAN PAMUK.
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IL MIO NOME E' ROSSO.
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Parte 2.
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Titolo originale: Benim Adim Kirmizi. 2001.
Traduzione di: Semsa Gezgin e Marta Bertolini.
2001. Giulio Einaudi Editore, TORINO.
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Versione digitale realizzata da: Libero Giacomini, E-mail: libero.giacomini@gmail.com.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
Fondazione Ezio Galiano onlus
 http:\\www.galiano.it
ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Capitolo diciottesimo. Di me diranno che sono un assassino.
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Fui quello che pianse di pi mentre gettavano fango gelato su
ci che restava della salma del povero Raffinato Effendi. Gridavo,
lasciate che muoia insieme a lui, lasciate che venga sepolto con
lui, e mi presero per i fianchi perch non cadessi nella fossa.
Quando mi sentii mancare l'aria, premendomi la fronte con le mani, mi
tirarono indietro perch potessi respirare. Dagli sguardi dei parenti
del defunto, capii che avevo probabilmente esagerato con i
singhiozzi e le lacrime e mi ripresi. I pettegoli del laboratorio,
vedendo che piangevo cos, avrebbero potuto pensare che tra me e
Raffinato Effendi ci fosse un legame di cuore.
Per non attirare di pi l'attenzione mi nascosi dietro un platano
fino alla fine del funerale. Un parente, perfino pi stupido dello
stupido che avevo spedito all'Inferno, mi segu dietro il platano
e mi fiss con un'espressione che credeva piena di significato.
Mi abbracci a lungo. Poi l'imbecille mi disse: Tu sei Sabato o
Mercoled? Mercoled era il nome della buonanima, gli risposi,
e lui si meravigli.
La storia di questi soprannomi che ci legano ancora come un
segreto  semplice. Quando eravamo semplici apprendisti, il nostro
rispetto, la nostra ammirazione, il nostro amore per Maestro
Osman, che allora era appena passato dal ruolo di assistente a quello
di maestro, erano enormi. Era un grande miniaturista, ci ha insegnato
tutto lui, era uno di quelli che Allah ha provvisto di un talento
magico, cos come di grande intelligenza. Come era uso che
facessero gli apprendisti, ogni mattina uno di noi doveva andare a
casa del maestro per portargli il portapenne, la borsa, la cartella
dei fogli e, camminando dietro di lui, doveva accompagnarlo a piedi
fino al laboratorio. Ci facevamo a pezzi per stargli vicino, litigavamo
tra noi dicendo, no, oggi vado io.
Maestro Osman aveva un suo prediletto, ma il fatto che ci andasse
tutte le mattine fomentava tra i miniaturisti infiniti pettegolezzi
e scherzi di cattivo gusto, e cos il grande maestro aveva
deciso che ognuno di noi avrebbe dovuto andare da lui un giorno
alla settimana. Il grande maestro lavorava di venerd e non andava
al laboratorio di sabato. Il suo amatissimo figlio - un apprendista
come noi, ma che anni dopo, tradendo tutti, aveva abbandonato
quest'arte - accompagnava il padre di luned come un apprendista
qualsiasi. Poi c'era nostro fratello Gioved, alto e magro,
il pi ingegnoso di tutti, mor ancora giovane di una malattia misteriosa
che provocava febbri altissime. La buonanima di Raffinato
Effendi veniva di mercoled, e per questo motivo lo chiamavamo
Mercoled, ma poi il maestro, sempre con lo stesso amore, ci
aveva cambiato nome, e cos Marted era diventato Oliva, Venerd
Cicogna, Domenica Farfalla, e a lui aveva dato il nome di Raffinato
per la finezza delle sue dorature. Probabilmente il maestro,
come aveva fatto con tutti noi, anche con lui, per un periodo, ogni
mattina, aveva detto: Ben arrivato, Mercoled, come stai?
Quando ricordai come mi chiamava, temetti di scoppiare a
piangere. Quando eravamo apprendisti, malgrado le botte, ci sembrava
di essere in Paradiso, perch Maestro Osman ci voleva bene,
ci baciava le mani e le braccia con le lacrime agli occhi per la
bellezza delle nostre miniature e, grazie ai suoi baci, il nostro talento
fioriva d'amore e ci sentivamo in Paradiso. Anche il colore
della gelosia, la cui ombra aleggiava in quegli anni felici, a quei
tempi era diverso.
Vedete che mi sento diviso in due, come i disegni di quei personaggi
che hanno la testa e le mani colorate da un maestro, e il corpo
e l'abito da un altro. Quando un tipo come me, timorato di Dio,
diventa inaspettatamente un assassino, non riesce ad abituarsi subito.
Per potermi comportare come se la mia vita continuasse come
prima, ho acquisito una seconda voce, adatta al ruolo di assassino.
Adesso parlo con questa voce perfida e ironica che non entra
nella mia vita di prima. Naturalmente, di tanto in tanto, ascolterete
anche la mia voce abituale, quella con cui avrei parlato se non
fossi diventato un assassino, ma la sentirete legata al mio soprannome,
e non quando si dice io, l'assassino. Che nessuno tenti di
metterle insieme, perch io non ho uno stile o un difetto personale
che potrebbero farmi scoprire. Credo che lo stile, o qualsiasi cosa
che distingua un miniaturista dall'altro, sia un difetto, e non un
segno di personalit come qualcuno, vantandosene, sostiene.
Ammetto che nella mia particolare situazione questo possa creare
qualche problema. Non voglio assolutamente che capiate se sono
Farfalla, Oliva, o Cicogna - soprannomi che Maestro Osman
ci ha dato con amore e Zio Effendi ha usato volentieri. Se lo capiste,
molto probabilmente, mi consegnereste di corsa agli sgherri
del Comandante delle guardie imperiali.
Perci credo di non poter dire tutto. In realt mi rendo conto
che, anche quando sto per conto mio, mi seguite. Non posso tranquillamente
rimuginare sui dettagli della mia vita o sulle cose che
mi fanno rabbia e che mi farebbero scoprire. Quando facevo quei
tre esempi, Alif, Ba e Gim, con una parte del mio cervello controllavo
il vostro sguardo.
I guerrieri, gli innamorati, i principi e i leggendari eroi che ho
disegnato decine di migliaia di volte, da un lato guardano il disegno,
i nemici o i draghi con cui combattono in quell'epoca leggendaria,
le belle fanciulle per cui versano lacrime, ma dall'altro,
con una parte del corpo, si rivolgono agli appassionati della miniatura
che stanno contemplando quel magnifico disegno. Se ho
uno stile ed una personalit, sono nascosti nelle mie miniature come
nell'omicidio che ho commesso e nelle mie parole! Vediamo
un po', scoprite chi sono dal colore delle mie parole!
Penso anche che se mi scopriste, la cosa darebbe serenit
all'infelice anima del povero Raffinato Effendi. Mentre adesso io,
sotto gli alberi, in mezzo al cinguettio degli uccelli, contemplo le
acque del Corno d'Oro e le cupole di Istanbul e mi accorgo ancora
una volta di quanto sia bella la vita, su di lui buttano terra a palate.
Povero Raffinato Effendi, negli ultimi tempi, da quando frequentava
gli uomini di quell'accigliato predicatore di Erzurum,
non mi voleva pi bene, ma nei venticinque anni in cui abbiamo
illustrato insieme libri per il Nostro Sultano, ci sono stati anche
momenti in cui ci siamo sentiti vicini. Vent'anni fa, a un certo punto,
mentre lavoravamo al Libro dei re del compianto padre del Nostro
Sultano, siamo diventati amici, e ci siamo avvicinati ancor pi
lavorando alle otto pagine miniate di un divan di Fuzuli. Allora
ero venuto qui per partecipare ai suoi progetti ragionevoli ma privi
di logica (diceva che il miniaturista deve sentire nell'anima il testo
che disegna), e una sera d'estate avevo ascoltato pazientemente
i versi del divan che mi leggeva con ostentazione mentre le rondini
volavano come impazzite sopra di noi. Di quella notte mi  rimasta
impressa una frase: Io non sono io, colui che chiamo io sei
sempre tu. Mi  rimasto in mente anche quello che avevo pensato
e mi ero chiesto come disegnarlo.
A casa sua, dove mi recai di corsa appena saputo che era stato
trovato il cadavere, vidi che il piccolo giardino dove eravamo soliti
leggere poesie era coperto di neve e mi sembr pi piccolo,
come tutti i giardini che rivediamo dopo anni. Anche la sua casa era
pi piccola. Dalla stanza accanto si sentivano le urla delle donne
che, come in gara tra loro, aumentavano di intensit le loro grida
esagerate. Quando il fratello maggiore cominci a raccontare, lo
ascoltai attentamente: il volto del nostro povero fratello Raffinato
era quasi a pezzi, la testa fracassata. Una volta tirato fuori dal
pozzo in fondo al quale giaceva da quattro giorni, i fratelli avevano
avuto difficolt a riconoscerlo e la sua povera moglie Kalbiye
che avevano fatto venire da casa, nel buio della notte aveva dovuto
riconoscere questo cadavere irriconoscibile con gli abiti ormai
a brandelli. Mi venne in mente l'immagine di Giuseppe gettato
nel pozzo dai fratelli invidiosi che veniva tirato fuori dai mercanti.
Mi piace molto disegnare questa scena del Giuseppe e
Zuleykha, perch ci ricorda che nella vita l'invidia tra fratelli  un
sentimento basilare.
Quando ci fu un attimo di silenzio, sentii che guardavano verso
di me. E se piangessi? Ma il mio sguardo cadde su Nero. Il vigliacco
ci osservava tutti con l'aria di chi  stato mandato tra i miniaturisti
da Zio Effendi per indagare su questa faccenda.
Chi pu aver commesso una simile vigliaccheria? - grid il
fratello. - Quale persona spietata pu aver ucciso mio fratello, lui
che non era capace di far male a una mosca?
Partecipai anch'io con aria sincera a questa domanda cui si rispose
piangendo e cercai la mia risposta. Chi erano i nemici di Raffinato?
Se non l'avessi ucciso io, chi altro avrebbe potuto?
Ricordo che una volta - mi pare fosse negli anni in cui lavoravamo
ai due volumi dell'Hunername(1) - aveva litigato con quelli che non
si curavano dei metodi degli antichi maestri e per fare dorature pi
economiche e veloci rovinavano con brutti colori i bordi delle pagine
sulle quali noi pittori lavoravamo tanto. Chi erano? Poi si era
diffusa la voce che l'inimicizia non fosse nata per questo motivo
ma per amore di un bell'apprendista rilegatore che lavorava al piano
di sotto, ma era una storia molto vecchia. C'era chi si arrabbiava
per l'eleganza di Raffinato, per la sua delicatezza e per quei
suoi modi femminili e raffinati, ma i motivi erano altri, come la
sua cieca fedelt, la sua minuziosit nell'armonia cromatica tra doratura
e disegno, il suo far notare a Maestro Osman con garbata
saccenteria e, soprattutto se miei, i minimi difetti degli altri
miniaturisti... Il suo ultimo litigio riguardava un argomento a cui una
volta Maestro Osman era molto sensibile: i lavori che i miniaturisti
del Palazzo accettavano e facevano segretamente per committenti
esterni. Negli ultimi anni l'interesse del sultano e i soldi del
Tesoro erano diminuiti, e tutti i miniaturisti avevano preso a far
visita alle ville a due piani di pasci pi o meno nobili, e i migliori,
di notte, avevano cominciato ad andare da Zio Effendi.
Non sono assolutamente offeso per il fatto che Zio Effendi,
con la scusa della sfortuna, abbia deciso di non continuare il suo
libro, il nostro libro. Naturalmente immagina benissimo che quel
fesso di Raffinato Effendi sia stato eliminato da uno di noi che lavora
al libro. Se foste al suo posto, convochereste a casa vostra di
notte, una volta ogni due settimane, un assassino a dipingere? O
preferireste scoprire per primo chi sia il vero assassino, chi sia il
miglior miniaturista? Non ho dubbi che in breve capir chi  il migliore
tra i maestri che frequentano la sua casa, cominciando dalla
scelta dei colori per la doratura, dai contorni del disegno, dai ritratti
all'ordine della pagina. Non penso assolutamente che si abbasserebbe
a pensare che uno come me possa essere un volgare assassino
e non un miniaturista dotato di vero talento.
Con la coda dell'occhio seguii quello stupido di Nero Effendi,
lo aveva portato con s. Lasciarono il cimitero insieme e, mentre
la folla del funerale si allontanava, scesero verso il molo di Eyp,
e io li seguii. Presero una barca a quattro remi e, insieme a giovani
apprendisti che, dimenticati morto e funerale, ridevano tra di
loro, io salii su una barca a sei remi. A un certo punto, al largo di Fenerkapi,
le nostre barche si avvicinarono fino quasi a toccarsi, e io
vidi bene da vicino che Nero bisbigliando raccontava qualcosa a
Zio Effendi e all'improvviso pensai quanto sarebbe stato facile uccidere
di nuovo. Allah, tu hai concesso questa incredibile forza a
tutti noi, ma allo stesso tempo ci hai anche spaventato perch non
ne facessimo uso.
Ma se qualcuno, vincendo questa paura, la applica, diventa subito
un'altra persona. Una volta temevo Satana, cos come il minimo
accenno di cattiveria dentro di me. Adesso, invece, sento che
la cattiveria  una cosa a cui si pu resistere, necessaria al miniaturista.
Se non prendiamo in considerazione il tremore delle mie
mani, durato per alcuni giorni dopo l'omicidio, da quando ho ucciso
quel miserabile disegno meglio, stendo colori pi lucidi e coraggiosi
e, cosa pi importante, vedo che la mia fantasia crea meraviglie.
Ma quante persone a Istanbul apprezzerebbero le meraviglie
che disegno?
Al largo di Cibali guardai Istanbul con rabbia, da lontano, in
mezzo al Corno d'Oro. Le cupole coperte di neve brillavano sfavillanti
sotto il sole uscito all'improvviso. Pi una citt  grande e
colorata, pi ci sono angoli dove nascondere le tue colpe ed i tuoi
peccati, pi  affollata, e pi facilmente puoi mescolarti alla folla
con la tua colpa. L'intelligenza di una citt non si misura dai sapienti,
dalle biblioteche, dai miniaturisti, dai calligrafi e dalle scuole
coraniche, ma dal numero di insidiosi omicidi commessi nelle
sue strade buie in migliaia di anni. Con questa logica, non ho dubbi
che Istanbul sia la citt pi intelligente del mondo.
Al molo di Unkapani, dopo Nero e suo zio, anch'io scesi dalla
barca, li seguii mentre percorrevano la salita appoggiandosi l'uno
all'altro. Si fermarono tra le rovine, dietro la moschea del Sultano
Mehmet, e si dissero un'ultima cosa prima di salutarsi. Per un
attimo, Zio Effendi mi sembr un povero vecchio. Mi venne voglia
di corrergli dietro e raccontargli le calunnie di quel miserabile
al cui funerale avevamo appena partecipato, cosa avevo fatto per
proteggere tutti da queste calunnie e chiedergli:  vero quello
che diceva Raffinato Effendi, che disegnando facciamo un uso cattivo
della fiducia del Nostro Sultano, tradiamo i nostri metodi,
bestemmiamo contro la nostra religione? E voi, avete finito il vostro
ultimo grande disegno?
A sera, mi fermai in mezzo a una strada piena di neve, guardai
dove finiva la strada buia che i bambini e i padri di ritorno a casa
insieme a me abbandonavano a spiriti, fate, briganti, ladri e alla
tristezza degli alberi coperti di neve. Alla fine di questa strada,
nella fastosa casa a due piani di Zio Effendi, adesso, sotto il tetto
che ho intravisto per un attimo tra i rami nudi dei castagni, c' la
donna pi bella del mondo. Ma io non voglio perdere la testa.

Note.

1. Opera in due volumi di Seyit Lokman risalente all'epoca
del Sultano Murat III. Con le sue 107 tavole,  uno dei principali esempi
dell'arte della miniatura turca.
...
Capitolo diciannovesimo. Io, la moneta.

Sono una sultana ottomana da ventidue carati. Mi fregio del
glorioso monogramma del nostro grande monarca il sultano. Qui,
in questo bel caff, ora intristito dal funerale, Cicogna, uno dei
grandi maestri del Nostro Sultano, a mezzanotte mi ha disegnato
ma non mi ha ancora colorata con l'oro, in ogni caso il disegno lo
potete completare da soli con l'immaginazione. La mia copia  qui,
ma io sono nel borsellino del grande maestro, vostro fratello Cicogna.
Adesso si alza in piedi, mi tira fuori dal borsellino e mi mostra
a voi. Salve, salve, saluto i maestri gli artisti e gli ospiti. La
mia lucentezza vi fa spalancare gli occhi, il riflesso della fiamma
della lampada su di me vi entusiasma e siete gelosi del mio ultimo
padrone, Maestro Cicogna. Avete ragione, perch non esiste cosa
migliore di me per misurare il talento di un artista.
Negli ultimi tre mesi, Maestro Cicogna ha guadagnato quarantasette
monete d'oro, tutte come me. Siamo tutte in questo
borsellino e Messer Cicogna, guardatelo, non ci nasconde, sapendo
anche che tra i miniaturisti di Istanbul nessuno guadagna pi
di lui. Sono molto orgogliosa di essere accettata come misura tra i
miniaturisti e di fornire una conclusione alle discussioni inutili.
Una volta, quando non eravamo ancora abituate ai caff e non avevamo
la mente cos aperta, la sera quegli stupidi miniaturisti non
si accontentavano di discutere - no, tu sei pi abile, no, sono io il
pi bravo a scegliere i colori, io disegno gli alberi pi belli, nessuno
 pi bravo di me a fare le nuvole - ma facevano a botte tutte
le notti spaccandosi i denti a vicenda.
Adesso, il fatto che la mia logica sia dominante, conferisce una
dolce armonia al sistema di lavoro del laboratorio, anzi una modalit
degna degli antichi maestri di Herat.
Vi elenco le tante e diverse cose che, grazie all'armonia e alla modalit
di questa logica, potreste scambiare con me: un piede - che
sarebbe poi la cinquantesima parte - di una concubina giovane e bella;
un magnifico specchio da barbiere in legno di noce con cornice
d'osso; una cassa ben dipinta, ornata con l'argento di novanta ake,
con raffigurazioni del sole; centoventi pani freschi; bare e fosse per
seppellire tre persone; un bracciale d'argento; un decimo di un cavallo;
le gambe di un'anziana concubina grassa; un vitello di bufalo;
due bei piatti cinesi; un mese di stipendio di Mehmet il derviscio di
Tabriz, o della maggior parte dei miniaturisti persiani nel laboratorio
del Nostro Sultano; un buon falcone da caccia con la sua gabbia;
dieci anfore di vino di Panayot; un'ora di Paradiso con il famoso
giovane Mahmut, e molte altre infinite possibilit.
Prima di arrivare qui, ho passato dieci giorni dentro il lurido
calzino di un povero apprendista calzolaio. Poverino, ogni notte,
a letto, prima di dormire, faceva l'infinito inventario delle cose
che avrebbe potuto ottenere grazie a me. I versi di questa lunga e
dolce poesia, come una ninna nanna, mi hanno dimostrato che non
esiste buco in cui il denaro non possa entrare.
Ho detto buco, e mi  venuta in mente una cosa. Se raccontassi
le avventure che mi sono capitate prima di arrivare qui, ne verrebbero
fuori volumi e volumi. Siamo tra di noi, pochi intimi, se
non lo dite a nessuno e se Cicogna Effendi non si offende, vi riveler
un segreto. Giurate?
Va bene. Confesso. Io non sono una vera sultana ottomana da
ventidue carati, uscita dalla zecca del quartiere della Colonna di
Costantino. Sono una moneta falsa. Sono stata fabbricata a Venezia
con oro di bassa lega e sono stata messa in circolazione come
moneta d'oro ottomana. Grazie della vostra comprensione.
A quanto ne so, sono anni che alla zecca di Venezia si fanno
queste cose. Ma fino a poco tempo fa, le monete d'oro leggero che
gli infedeli veneziani portavano e distribuivano in Oriente erano
ducati veneziani, li facevano loro, sempre nella stessa zecca. Ma
gli ottomani sono molto rispettosi della logica, e per loro un oggetto
 quello che ha scritto sopra; dato che sulle monete c'era
scritta sempre la stessa cosa non fecero caso alla qualit dell'oro
con cui erano fatte, e cos le false monete d'oro veneziane riempirono
tutta Istanbul. Poi cominciarono a distinguere le monete false
con poco oro e molto rame dalla consistenza, provando a morderle.
E se ti cpita di ardere d'amore, e corri dal giovane splendido
Mahmut di cui tutto il mondo  innamorato, lui non prende
in bocca quello che hai li, ma la moneta, la morde, dice che  falsa
e ti porta in Paradiso per mezz'ora invece che per un'ora.
Vedendo che le loro monete false conducevano a questi tragici risultati,
gli infedeli veneziani dissero: facciamo le monete false con le
monete d'oro ottomane, e ci cascheranno di nuovo.
Adesso vorrei attirare la vostra attenzione su uno strano paradosso.
Quando questi infedeli veneziani disegnano, non disegnano
ma sembrano riprodurre realmente la cosa che disegnano.
Eppure quando coniano monete, non le fanno vere ma false.
A Venezia ci misero in casse di ferro, ci caricarono sulle navi,
e arrivammo a Istanbul rollando e ondeggiando. Mi trovai nel negozio
di un cambiavalute, nella bocca fetida d'aglio di un esperto.
Un attimo dopo arriv uno stupido contadino che voleva cambiare
una moneta d'oro. Quel mascalzone del cambiavalute disse:
vediamo se  falsa o meno, dammela che la mordo, e si mise in bocca
la moneta del contadino.
Quando ci incontrammo nella bocca, capii che era una vera sultana
ottomana, e lei, vedendomi in mezzo al fetore d'aglio, disse:
Tu sei falsa. Aveva ragione, ma avendomi parlato con aria arrogante
ed avendo ferito il mio orgoglio, le mentii: Sei tu che sei
falsa.
Intanto lo stupido contadino si vantava: Figurarsi se la mia
moneta  falsa! L'ho sepolta sotto terra vent'anni fa, allora non
c'era questa immoralit!
Mentre io ero curiosa di sapere come sarebbe andata a finire,
il cambiavalute si cav di bocca me invece della moneta del contadino.
Prendila, questa  la tua moneta d'oro,  una moneta falsa
di quei vigliacchi dei veneziani, non la voglio, disse. E poi lo
rimprover dicendo: Ma non ti vergogni neanche un po'? Lui
cerc di dire qualcosa, ma poi mi prese e se ne and. Quando si
sent dire le stesse cose anche da altri cambiavalute, si offese e mi
cambi per novanta ake come una moneta d'oro basso. E cos ebbe
inizio il mio infinito peregrinare di mano in mano, e sono ormai
sette anni che va avanti.
Devo dire, con un certo orgoglio, che ho trascorso la maggior
parte del mio tempo a Istanbul, passando da un borsellino all'altro,
dalle fusciacche alle tasche, come dovrebbe fare una moneta
intelligente. Il mio terrore  venire messa in un'anfora e rimanere
sepolta per anni sotto una pietra in un giardino; non  che una cosa
del genere non mi sia mai accaduta, ma, chiss perch, questi
periodi noiosi sono sempre durati poco. Gran parte della gente a
cui sono capitata in mano voleva liberarsi di me al pi presto,
specialmente quando scopriva che ero falsa. Non ho incontrato ancora
nessuno che avvertisse l'incauto acquirente che ero falsa. Ma
coloro che non si accorgevano che ero falsa e davano centoventi
ake per me, appena si rendevano conto di essere stati ingannati,
si tormentavano in preda alla rabbia, all'infelicit e all'ansia fino
a quando non si liberavano di me ingannando un'altra persona.
Durante queste crisi, nonostante anche loro tentassero spesso di
ingannare gli altri (gli andava sempre male per la fretta e la rabbia),
bestemmiavano con tutto il cuore chiamando impudente
chi li aveva ingannati.
In questi ultimi sette anni, ho cambiato cinquecentosessanta
mani, a Istanbul non c' casa, negozio, mercato, moschea, chiesa,
sinagoga in cui non sia entrata. Andando in giro, ho visto che su
di me si fanno molti pi pettegolezzi di quanto immaginassi, si inventano
leggende e si dicono bugie. Mi  stato continuamente rinfacciato
che ormai, oltre a me, non esiste pi un valore, che sono
spietata, cieca, che amo anch'io il denaro, che il mondo, purtroppo,
 fondato su di me, che posso comprare tutto, che sono immonda,
vile, vigliacca. Chi ha capito che sono falsa si  comportato
con ancora pi rabbia e mi ha detto cose addirittura peggiori.
Diminuendo il mio valore reale, aumentava il mio valore
metaforico. Ma, malgrado tutte queste spietate metafore e sconsiderate
calunnie, ho visto che la maggioranza del popolo mi ama
con passione sincera. Penso che, in questi tempi di disamore, un
amore cos sincero, anzi, impetuoso, sia una cosa che deve far piacere
a tutti noi.
Ho visto ogni angolo di Istanbul, strada per strada, quartiere
per quartiere, ho conosciuto le mani di tutti, dagli ebrei agli abkhazi,
dagli arabi agli abitanti della Mingerya. Sono uscita da Istanbul
una sola volta, dentro il borsellino di un derviscio di Edirne
che andava a Manisa. Quando i briganti ci tagliarono la strada e
dissero: O la borsa o la vita, il povero derviscio, in fretta e furia,
ci nascose nel buco del suo didietro. Qui puzzava peggio della
bocca di quell'uomo a cui piaceva l'aglio, ed era molto scomodo.
Ma subito dopo successe una cosa ancora peggiore, perch i ladroni
smisero di dire al derviscio O la borsa o la vita!, ma O
l'onore o la vita!, e si misero in fila. Meglio non raccontarvi quel
che patii in quel buchetto.  per questo motivo che non mi piace
uscire da Istanbul!
A Istanbul sono stata sempre amata. Le fanciulle mi hanno baciato
come se fossi l'uomo dei loro sogni, mi hanno nascosto nei
borsellini di velluto, sotto i cuscini, in mezzo ai loro grandi seni,
nelle mutandine e mi hanno tastato nel sonno per essere sicure che
ci fossi. Sono stata nascosta in un angolo del focolare di un hamam,
in uno stivale, in fondo a una boccetta tra i meravigliosi odori
della bottega di un profumiere, nella tasca segreta del sacco di
lenticchie di un cuoco. Ho girato tutta Istanbul negli angoli segreti
delle cinture di pelle di cammello, delle fodere di tessuto egiziano
a righe, delle scarpe foderate di panno, dei salvar dai mille colori.
Petro, il mastro orologiaio, mi ha messo nello scomparto segreto
di un pendolo, un droghiere greco direttamente nel formaggio;
sono stata avvolta in pezze di panno assieme a sigilli, gioielli e chiavi,
nascosta dentro camini, focolari, sotto a davanzali, tra cuscini
di paglia, negli anfratti di armadi e cassapanche. Ho conosciuto
padri che, alzandosi continuamente da tavola, controllavano se ero
ancora al mio posto, donne che mi mettevano in bocca senza motivo
e mi succhiavano come una caramella, bambini che, a forza di
annusarmi, mi ficcavano nel naso, vecchi con un piede nella fossa
che non trovavano pace se non mi tiravano fuori dal borsellino di
cuoio sette volte al giorno. C'era una circassa maniaca delle pulizie
che, dopo aver spazzato e lavato tutta casa, ci tirava fuori dal
borsellino e ci sfregava con una spazzola di legno. Un cambiavalute
guercio ci impilava di continuo, un facchino che profumava
di caprifoglio ci contemplava con la famiglia come fossimo un panorama,
e un doratore che adesso non  pi tra noi - non serve fare
nomi - ci allineava continuamente in diversi modi. Sono andata
in giro su barche di mogano, sono entrata a Palazzo, ne sono
uscita, sono stata nascosta dentro i volumi dei maestri di Herat,
dentro tacchi di scarpe che profumavano di rosa, sotto le coperte
dei basti. Ho visto centinaia di mani, sporche, pelose, pingui, unte,
tremanti, vecchie. Mi  rimasto addosso l'odore dei luoghi dove
si fuma l'oppio, delle manifatture di candele, del pesce secco,
del sudore di Istanbul. Dopo essere passata per tutta questa confusione
e questo movimento, quando il vile bandito, nel buio della
notte, ha tagliato la gola alla sua vittima e mi ha infilata nel suo
borsellino e una volta giunti nella sua maledetta casa mi ha sputato
addosso dicendo: Che schifo!  tutta colpa tua, mi sono offesa
cos tanto da voler scomparire.
Ma non sono scomparsa dalla circolazione perch nessuno
avrebbe potuto distinguere un bravo miniaturista da uno meno
bravo, e cos i miniaturisti si sarebbero uccisi tra di loro e sono entrata
nel borsellino di quello di maggior talento, il pi intelligente,
e sono arrivata qui.
Se siete migliori di lui, fatemi vostra.
...
Capitolo ventesimo. Il mio nome  Nero.

Quanto sapeva suo padre delle lettere che ci mandavamo io e
Sekre? Considerando la lettera di Sekre, i suoi modi da ragazza
timida e timorata del padre, avrei dovuto pensare che non si
fossero scambiati neanche una parola su di me, ma sentivo che non
era cos. Lo sguardo furbo di Esther la venditrice di corredi, la magia
dell'apparizione di Sekre alla finestra, la fermezza dello zio
nel mandarmi dai suoi miniaturisti e la disperazione con cui mi si
era rivolto quella mattina, mi turbavano.
Quella mattina, mio zio mi fece sedere davanti a s e cominci
subito a parlare dei ritratti che aveva visto a Venezia. Come ambasciatore
del Nostro Grande Sultano era stato in molti palazzi,
in molte case di ricchi, in molte chiese. Aveva passato intere giornate
davanti a migliaia di ritratti, aveva visto migliaia di volti disegnati
su tela, dentro le cornici, sui muri. Volti umani, ma unici,
soli, tutti diversi tra loro!, disse. Si era ubriacato della loro variet,
dei loro colori, della morbidezza della luce, cos come della
loro durezza, della bellezza e di quello che i loro occhi dicevano.
Era come un'epidemia, chiunque si faceva fare il ritratto, -
disse. -Tutta Venezia. Quelli che avevano denaro e potere si facevano
fare il ritratto come testimonianza, come ricordo della loro
vita e come simbolo della loro fortuna e del loro potere. Per rimanere
per sempre davanti a noi, per dirsi tra loro che esistono,
per alludere al fatto di essere separati, diversi dagli altri.
Le parole erano sprezzanti come se parlasse di gelosia, ambizione
ed avidit, ma quando parlava dei ritratti che aveva visto a
Venezia, il suo volto, per un attimo, si illuminava e si riempiva di
vita come quello di un bambino.
I ricchi, i principi, le grandi famiglie, si facevano ritrarre in
ogni occasione, e perfino quando facevano disegnare scene della
Bibbia o leggende religiose sui muri delle chiese, questi infedeli
pretendevano che vi venissero dipinti i loro volti. E cos, per esempio,
guardavi un dipinto che rappresentava la sepoltura di Santo
Stefano e, tra la gente che piange davanti alla tomba, c' anche
quel principe che, felice e contento, ti mostra compiaciuto i dipinti
appesi ai muri del suo palazzo. E ancora, in un affresco che mostrava
San Pietro che guarisce i malati con la sua ombra, ti accorgevi
che lo sfortunato invalido piegato in due dal dolore che gli 
accanto, era il fratello del gentile padrone di casa, sano come un
pesce, e ci rimanevi male. Il giorno dopo, questa volta in un dipinto
che illustra la Resurrezione dei morti, vedevi il cadavere di
chi, poco prima, seduto a tavola accanto a te, si era abbuffato.
Alcuni erano andati talmente oltre che, - disse mio zio con
aria timorosa, come se parlasse del fascino di Satana, - per poter
avere un posto nel dipinto, acconsentivano anche a essere tra la
folla, un servitore che versa il vino nei calici, un personaggio senza
piet che lapida un'adultera, un assassino con le mani sporche
di sangue.
Feci finta di non capire e dissi: Ma  come quando nei libri
che narrano antiche leggende persiane vediamo Sci Ismail che sale
al trono? Come quando nella storia di Cosroe e Sirin troviamo
il ritratto di Tamerlano che  venuto molto dopo di loro?
C'era uno scricchiolio da qualche parte della casa?
Poi lo zio disse: Sembra che i disegni europei siano fatti per
farci paura. Ci spaventano il potere e la ricchezza di chi li fa fare,
oltretutto vogliono farci credere che stare a questo mondo sia un
evento speciale e misterioso. Con i loro volti unici, con i loro occhi
e il loro atteggiamento, con i loro abiti pieni di pieghe e di ombre,
vogliono terrorizzarci, come se fossero creature misteriose.
Mi raccont di come una volta, nella dimora di un ricco signore
sulle sponde del lago di Como, un pazzo curioso si perse nelle
stanze di una meravigliosa esposizione dove erano stati raccolti i
ritratti di tutti i personaggi famosi della storia europea, dai re ai
cardinali, dai guerrieri ai poeti. Dopo avermi fatto visitare la sua
dimora, il mio ospite pieno d'orgoglio mi lasci libero di girare per
le stanze, - disse, - e vidi che questi personaggi infedeli, a quanto
pare importanti, si erano trasformati in personalit che avevano
pi spazio in questo mondo solo perch erano stati ritratti. Il
ritratto aveva conferito loro qualcosa di magico e li aveva resi cos
straordinari che, per un attimo, tra i dipinti, mi sentii in difetto
e impotente. Pensai che, se qualcuno mi avesse disegnato con
questi metodi, avrei compreso meglio perch ero al mondo.
Aveva capito subito che la miniatura islamica, che gli antichi
maestri di Herat avevano reso perfetta e immutabile, sarebbe finita
con la passione per il ritratto, ed ebbe paura dei suoi desideri.
Forse volevo anche sentire di essere diverso da tutti, differente,
unico, disse. E aveva avuto la sensazione di venire trascinato da
un forte desiderio verso la cosa che temeva, come accadr quando
Satana ci trasciner verso il peccato. - Come posso dire, sembrava
un desiderio peccaminoso, come orgoglio nei confronti di Allah,
credersi importante, mettere se stessi al centro del mondo.
Poi gli era venuto in mente che quella cosa che, nelle mani dei
maestri europei, era diventata una specie di gioco per bambini, se
rivolta al Nostro Sultano, si sarebbe trasformata in una forza legittima
che avrebbe superato ogni magia, avrebbe influenzato tutti coloro
che l'avessero vista, sarebbe stata utile alla nostra religione.
Ecco, l'idea di far preparare un libro che contenesse il ritratto
del Nostro Sultano e delle cose che lo rappresentavano gli era venuta
in quel momento. Quando mio zio, una volta tornato a Istanbul,
disse al Nostro Eccellente Sultano che avrebbe fatto bene a
farsi ritrarre con i metodi dei maestri europei, questi, in un primo
momento, si oppose.
L'essenziale  la storia, - disse. - Un bel dipinto completa elegantemente
la storia. Se provo a immaginare un dipinto che non
completa la storia, mi viene in mente che quel dipinto, alla fine,
sarebbe un idolo. Perch, visto che non si pu credere a una storia
che non esiste, allora si crede al disegno, a quella cosa.  come quando
si adoravano gli idoli della kaaba, prima che il Profeta li facesse
distruggere. Se non sono un pezzo di una storia, come si fa a ritrarre,
per esempio, un garofano, oppure questo nano insolente?
Mostrando che la bellezza del garofano  la sua particolarit.
E nell'ordine della pagina lo sistemeresti al centro del mondo?
Ho avuto paura, - disse mio zio. - Per un attimo, vedendo
dove mi portavano i pensieri del sultano, mi feci prendere
dall'agitazione.
Intuii che mio zio aveva paura di prevedere al centro del mondo,
cos come del foglio, qualcosa di diverso dalla volont di Allah.
Come avevo immaginato, data la paura di mio zio, il Nostro
Sultano gli disse: Andr a finire che vorrai appendere al muro un
dipinto al centro del quale hai messo un nano. Ma i dipinti non
vanno appesi al muro. Perch, dopo un po', qualunque fosse la nostra
intenzione, cominceremmo ad adorare anche il dipinto appeso
al muro. Se, come gli infedeli, avessi creduto che Cristo il profeta
fosse allo stesso tempo Allah - Allah non voglia! - allora avrei
capito che Allah si sarebbe potuto vedere nel mondo, anzi, che sarebbe
apparso nell'uomo, avrei accettato di fare ritratti agli uomini
e li avrei appesi al muro. Capisci che, alla fine, senza rendercene
conto, cominceremmo ad adorare qualsiasi dipinto appeso
al muro?
Lo capivo benissimo, - mi disse mio zio. - E dato che lo capivo,
avevo anche paura di quel che entrambi stavamo pensando.
Per questo motivo non posso accettare che il mio ritratto venga
appeso al muro, aveva detto il Nostro Sultano.
Ma lo voleva, sussurr mio zio con un sorriso satanico.
Adesso era il mio turno di avere paura.
Voglio comunque che si faccia un mio ritratto con i metodi dei
maestri europei, - aveva detto il Nostro Sultano. - Bisogna nasconderlo
tra le pagine di un libro. Mi dirai tu quale libro deve essere.
Per un attimo rimasi stupito e adorante, continu mio zio.
Poi fece lo stesso sorriso satanico di prima, e pensai che si fosse
improvvisamente trasformato in un'altra persona.
Il Nostro Eccellente Sultano mi ordin di iniziare subito a fare
il libro. Mi girava la testa dalla felicit. Ordin di prepararlo
come dono per il Doge di Venezia da cui mi avrebbe mandato di
nuovo. Voleva che questi, nel millenario dell'Egira, una volta pronto
il libro, vedesse la forza vittoriosa del Nostro Eccellente Sultano,
califfo dell'Islam. Ma perch non si sapesse che aveva intenzione
di accordarsi con i veneziani e non si creassero gelosie all'interno
del laboratorio, mi chiese di prepararlo in segreto. E io,
felice, cominciai a far fare i miei disegni di nascosto.
...
Capitolo ventunesimo. Io sono vostro zio.

E cos, venerd mattina cominciai a raccontargli come avrebbe
dovuto essere il libro con il ritratto del Nostro Sultano fatto con
i metodi dei maestri europei. Il mio punto di partenza era come
avevo affrontato l'argomento con il Nostro Sultano e come l'avevo
convinto a fare il libro. Ma il mio scopo segreto era far scrivere
a Nero la storia che accompagnasse i disegni, e che non avevo
ancora iniziato.
Gli dissi che avevo finito la maggior parte delle illustrazioni del
libro e che stavo per terminare l'ultima. C' il ritratto della morte, -
dissi, - nel mio libro, c' il disegno di un albero, l'ho fatto
fare a Maestro Cicogna perch, con la sua intelligenza, mostrasse
com' tranquillo il mondo del Nostro Sultano, c' il ritratto di Satana
e c' il disegno del cavallo che ci porta in luoghi lontani, c'
il cane subdolo e saccente, c' la moneta... Li ho fatti disegnare ai
migliori miniaturisti del laboratorio, sono fatti cos bene che appena
li vedi, sai subito come dev'essere il testo. Poesia e disegno,
colore e parola sono fratelli, lo sai.
A un certo punto mi chiesi se dirgli o meno che avrei potuto
concedergli la mano di mia figlia. Verrebbe ad abitare con noi in
questa casa? Poi mi dissi, non farti ingannare da come ti ascolta
con attenzione, dal suo volto infantile, spera solo di prendersi la
tua Sekre e fuggire via. Ma, a parte Nero, nessun altro avrebbe
potuto portare a termine il mio libro.
Tornando dalla preghiera del venerd, gli parlai anche delle ombre,
la pi grande scoperta pittorica dei maestri italiani. Se, - dissi,
- disegniamo le strade, come se ci camminassimo, fermandoci
l, conversando e guardando il mondo, dovremmo anche imparare
a disegnare quel che si vede di pi nelle strade, ovvero l'ombra,
come fanno i maestri europei.
Come si fa a disegnare l'ombra?, chiese Nero.
Quando ascoltava, vedevo l'impazienza in mio nipote. A volte
giocherellava con il calamaio mongolo che mi aveva portato.
Altre volte invece prendeva il ferro e attizzava il fuoco. Temevo che
mi volesse uccidere colpendomi in testa con quel ferro. Perch io
allontanavo l'arte della miniatura dallo sguardo di Allah. Perch
tradivo i meravigliosi disegni dei maestri di Herat e un'intera
tradizione artistica. Perch avevo convinto anche il Nostro Sultano.
In certi momenti rimaneva seduto a lungo, senza muoversi minimamente
e senza distogliere gli occhi dai miei. Forse pensava di
farsi mio schiavo finch non avesse ottenuto mia figlia. Una volta,
proprio come facevo quando Nero era bambino, lo portai in
giardino e provai a descrivergli gli alberi come avrebbe fatto un
padre, il riflesso del sole sulle foglie, la neve che si scioglie, la logica
per cui, allontanandoci, le cose sulla nostra strada appaiono
pi piccole. Ma fu un errore: ci volle poco per capire che il rapporto
padre-figlio che c'era tra noi un tempo ormai era finito. Al
posto della curiosit e della passione per il sapere che nutriva da
bambino, c'era la pazienza che si dimostra ad uno sciocco rimbambito
di cui si desidera la figlia. Il peso, la polvere dei paesi e delle
citt che aveva girato per dodici anni erano penetrati con violenza
nell'anima di mio nipote. Era pi stanco di me, e mi fece pena.
Non pensavo che fosse in collera con me perch dodici anni fa non
gli avevo concesso Sekre - era impossibile - ma perch sognavo
disegni fuori dai canoni della miniatura islamica, dei leggendari
maestri di Herat, e perch gli narravo queste sciocchezze con insistenza.
Immaginai che la mia morte sarebbe giunta per mano sua.
Ma non avevo paura di lui. Anzi, provai a spaventarlo, perch
sentivo che la paura sarebbe stata adatta al testo che gli avevo chiesto
di scrivere. Dissi: L'uomo deve potersi porre al centro del
mondo come in quei disegni, - e aggiunsi, - uno dei miei miniaturisti
ha ritratto la morte in maniera splendida. Vuoi vedere?
E cos, cominciai a mostrargli i disegni che per un anno avevo
fatto fare di nascosto ai migliori maestri. All'inizio era un po' imbarazzato,
anzi intimorito. Quando vide che la morte era disegnata
ispirandosi alle rappresentazioni che se ne vedono in molti Libri
dei re - Afrasiyab che taglia la testa a SiyavuS, o Rstem che uccide
Suhrab senza sapere che  suo figlio -  entrato subito in argomento.
Nel disegno del funerale del compianto Sultano Solimano
che avevo fatto fare con toni tristi e austeri, si percepiva un ordine
simile a quello dei maestri europei, oltre al mio personale tentativo
di inserire le ombre. Gli feci notare la profondit diabolica
che confondeva la linea dell'orizzonte con le nuvole. Gli ricordai che
la morte era disegnata con una sua personalit come i personaggi
infedeli di cui avevo visto i ritratti nei palazzi veneziani, avevano
tutti una loro specificit. Desideravano essere unici e particolari,
lo volevano intensamente, - dissi. - Guarda, guarda negli occhi della
morte, non hai paura della morte, ma dell'intensit del desiderio
di essere unico, particolare ed eccezionale. Guarda questo disegno
e scrivi la sua storia. Fai parlare la morte, eccoti carta, penna
e inchiostro. Dar subito al calligrafo quello che scriverai.
Per un po' guard il disegno in silenzio. Poi chiese: Chi l'ha
fatto?
Farfalla.  il migliore di tutti. Maestro Osman  stato innamorato
di lui per anni, l'ha adorato.
Ho visto un disegno simile al caff dove si esibisce il cantastorie,
raffigurava un cane, ma era pi grossolano, disse Nero.
La maggior parte dei miei miniaturisti  legata spiritualmente
a Maestro Osman e al laboratorio, e non crede in quello che disegna
per il mio libro. Immagino che quando escono di qui, a mezzanotte,
al caff, si prendano insolentemente gioco di me e dei disegni
che fanno per denaro. A un certo punto, grazie alle mie
insistenze, il Nostro Sultano commission un ritratto a un giovane
pittore veneziano che fece venire dall'ambasciata. Poi fece copiare
a Maestro Osman un disegno identico a quell'olio con i suoi
metodi. Maestro Osman, costretto a imitare il pittore veneziano,
ritenne responsabile me di questa costrizione e del vergognoso disegno
che aveva fatto. Aveva ragione.
Passai la giornata a mostrargli tutti i disegni, eccetto l'ultimo
che non avevo ancora finito, lo incitai a scriverne la storia, gli parlai
dei caratteri dei miniaturisti e dei soldi che davo loro. Parlammo
di prospettiva, discutemmo se fosse eresia disegnare le cose che
stanno dietro sempre pi piccole, come nei disegni veneziani,
nominammo anche il povero Raffinato Effendi, forse ucciso per avidit
e ambizione.
Quella notte, mentre Nero tornava a casa, ero ormai certo che l'indomani
sarebbe venuto a trovarmi come aveva promesso, e che
avrebbe ascoltato ancora le storie del mio libro. Ma sentendo il rumore
dei passi che si allontanavano davanti alla porta aperta, in
quella gelida notte qualcosa rendeva il mio insonne e inquieto assassino
pi forte e pi diabolico di me e del mio libro.
Chiusi la porta attentamente e, come faccio sempre prima di
coprire di cenere il focolare ed andare a letto, vi sistemai dietro la
vecchia giara che uso come vaso per il basilico, quando mi ritrovai
davanti Sekre con una camicia da notte bianca che la faceva sembrare
un fantasma nel buio.
Sei proprio decisa a sposare quest'uomo?, le chiesi.
No, padre mio. Ho gi deciso di non sposarmi. E poi io sono
sposata.
Se vuoi ancora sposarti con lui, posso darti il permesso.
Non voglio sposarmi con lui.
Perch?
Perch voi non lo volete. E, sinceramente, io non desidero
qualcuno che voi non volete.
Per un attimo vidi le braci del focolare riflettersi nei suoi occhi.
Stava piangendo, non di dolore ma di rabbia, eppure la sua
voce non era risentita.
Nero ti ama molto, dissi come se le rivelassi un segreto.
Lo so.
Ha passato la giornata ad ascoltare tutto quello che gli raccontavo
non per amore della miniatura, ma per amor tuo.
L'importante  che finisca il vostro libro.
Tuo marito un giorno ritorner, dissi.
Stanotte, non so perch, forse per il silenzio, ho capito che
mio marito non torner mai pi. Quello che ho sognato dovrebbe
essere vero: l'avranno ucciso. Ormai  cibo per lupi e uccelli.
Pronunci quest'ultima frase come se avesse paura che i bambini
sentissero e la sussurr con una strana rabbia.
Se mi uccidono, - dissi, - voglio che tu faccia finire questo libro
per cui ho dato tutto. Giurami che lo farai.
Giuro. Ma chi lo finir?
Nero! Tu puoi convincerlo.
Ma padre, voi glielo state gi facendo fare. Non avete bisogno
di me.
 vero, ma lo fa per te. Se mi uccidono potrebbe aver paura
e rinunciare.
E allora significa che non mi pu sposare, disse sorridendo
la mia intelligente figliola.
Come mai sorrise? Durante la conversazione non avevo visto
altro che i luccichii che di tanto in tanto le apparivano negli occhi.
Eravamo in mezzo alla stanza, in piedi uno di fronte all'altra.
Comunicate, vi mandate segnali di nascosto?, le chiesi, non
riuscendo a trattenermi.
Come potete pensare una cosa del genere?
Ci fu un lungo e doloroso silenzio. Molto lontano un cane abbai.
Sentii freddo, rabbrividii. La stanza era ormai cos buia che
non riuscivamo quasi pi a vederci, intuivamo solo di essere uno
davanti all'altra. Poi, all'improvviso, ci abbracciammo, ci stringemmo
con forza. Cominci a piangere, disse che le mancava la
madre. Le baciai i capelli, li accarezzai, avevano lo stesso profumo
di quelli di sua madre. La accompagnai a letto e la misi accanto
ai suoi figli che dormivano. Ripensando agli ultimi due giorni,
non ebbi alcun dubbio: Sekre comunicava con Nero.
...
Capitolo ventiduesimo. Il mio nome  Nero.

Quella notte, una volta tornato a casa e liberatomi della padrona
di casa, sempre pi convinta di essere mia madre, andai subito
a chiudermi nella stanza dove, sdraiato sul letto, iniziai a pensare
alla mia Sekre.
Prendiamo i piccoli rumori a cui rivolsi l'attenzione con il piacere
di un gioco. Era la seconda volta che andavo a casa loro dopo
dodici anni, e non si era assolutamente fatta vedere. D'altronde,
aveva cominciato a incoraggiarmi in un modo cos magico da darmi
la certezza che mi guardasse di continuo, che mi valutasse come futuro
marito e ne provasse un logico piacere ludico. Perci anch'io
credevo di vederla dappertutto. Capii meglio Ibn Arabi quando parla
dell'amore come capacit di rendere visibile l'invisibile, desiderio
di sentirsi accanto ci che non si lascia vedere.
Riuscivo a capire che Sekre mi guardava di continuo, perch
ero tutt'orecchie ai rumori della casa, agli scricchiolii del legno. A
un certo punto capii che era con i figli nella stanza che si apriva
sull'anticamera. Sentii che i bambini si spintonavano e litigavano,
ma cercavano di abbassare la voce per timore degli sguardi minacciosi
e accigliati della madre. Ogni tanto sentivo che bisbigliavano
in maniera innaturale ed ostentata, ma non come si fa per non
disturbare chi prega, e poi ridacchiavano.
Un'altra volta, mentre loro nonno mi parlava delle meraviglie della
luce e dell'ombra, i due bambini, Sevket e Orhan, entrarono e ci
offrirono il caff tenendo il vassoio con gesti attenti, ovviamente studiati
nei minimi dettagli. Doveva essere stata la madre a mandarli,
bench fosse un compito di Hayriye, perch i figli avessero l'occasione
di vedere da vicino l'uomo che forse avrebbe fatto loro da padre
e poterne parlare insieme; dissi a Sevket: Che begli occhi che
hai, ma sentendo che Orhan, il minore, si sarebbe ingelosito,
aggiunsi: Anche tu. Poi posai sul vassoio la foglia di un garofano appassito
che avevo tirato fuori da una tasca e li baciai tutti e due sulle
guance. Dopo di che, in casa, si sentirono risate e sghignazzi.
A volte, curioso di sapere in quale buco del muro, delle porte
chiuse, o del soffitto fosse piazzato l'occhio che mi osservava,
cercavo di indovinare guardando le crepe, i nodi del legno o le imperfezioni,
e immaginavo Sekre sistemata l dietro; poi, inutilmente,
sospettavo di un altro buco buio e per capire se il mio sospetto
fosse fondato o no, a costo di mancare di rispetto a mio zio
che continuava ininterrottamente a parlare, mi alzavo in piedi e,
con aria impegnata, meravigliata e pensierosa per dimostrare che
ascoltavo le sue parole, facevo finta di camminare su e gi per la
stanza immerso nei miei pensieri e mi avvicinavo al punto del muro
di cui avevo sospettato, alla forma indistinta che vi appariva.
Non incontrare l'occhio di Sekre era una delusione, l, dietro
a quello che credevo fosse uno spioncino. Mi sentivo di colpo stranamente
solo e mi spazientivo come chi nella vita non sa cosa fare.
In alcuni momenti, all'improvviso, sentivo che Sekre mi osservava
e ne ero cos convinto che cominciavo a darmi arie come
un uomo che per colpire la ragazza amata, vuole farsi vedere pi
profondo, pi forte e potente. Poi pensavo che magari Sekre ed i
bambini facevano paragoni con quel marito che non tornava dalla
guerra, con quel padre perduto, e allora mi venivano in mente i nuovi
famosi personaggi veneziani e i racconti di mio zio su come venivano
ritratti. E volevo somigliare a questi nuovi personaggi famosi
che dovevano la fama ad un testo od a una pagina illustrata, e
non come i santi ai dolori sofferti nelle celle, o come il marito perduto
alle braccia e alle teste tagliate a fil di spada, solo perch immaginavo
che Sekre ne avesse sentito parlare dal padre. E mi sforzavo
veramente tanto per avere davanti agli occhi i disegni di questi
personaggi famosi, ispirati alla forza delle oscurit visibili e degli
angoli misteriosi del mondo, meraviglie che mio zio aveva visto e
cercava di spiegare al nipote che non le aveva mai viste, che quando
alla fine non mi appariva nulla mi sentivo sconfitto e umiliato.
A un certo punto, mi trovai di nuovo davanti Sevket. Quando
mi si avvicin, per un attimo pensai che, in quanto figlio maggiore,
avrebbe baciato la mano all'ospite sia entrando che uscendo
dalla stanza, come si usa tra le trib arabe della Transoxiana e tra
le genti circasse dei monti del Caucaso e, senza esitare, gli porsi la
mano perch la baciasse e se la portasse alla fronte. Nello stesso
istante udii la risata di Sekre provenire da un luogo non molto
lontano. Rideva di me? Mi agitai e baciai Sevket sulle guance pensando
che si aspettasse questo. Lo baciai con un sorriso, mostrando
di sapere di aver interrotto il discorso di mio zio e di non volergli
affatto mancare di rispetto, e nel frattempo lo annusai per
capire se avesse addosso il profumo della madre. Quando mi resi
conto che mi aveva infilato in mano un pezzo di carta, Sevket si
era gi girato e aveva cominciato ad allontanarsi.
Nascosi il foglio nel palmo della mano chiuso a pugno, come
fosse un gioiello. Quando mi resi conto che si trattava di una lettera
di Sekre, dalla gioia stavo quasi per mettermi a sorridere inebetito
davanti allo zio. Non era forse la prova che Sekre mi voleva
con tutte le sue forze? Per un attimo immaginai di fare l'amore
con lei. E credendo che la mia incredibile fantasia si sarebbe
realizzata in breve tempo, mi resi conto di avere un'inopportuna
erezione di fronte allo zio. Sekre lo aveva notato? Per rivolgere
l'attenzione a qualcosa d'altro, cercai di ascoltare il racconto di
mio zio.
Dopo un bel po', mentre mio zio si avvicinava per mostrarmi
un'altra pagina del libro, aprii quel foglio che profumava di caprifoglio,
lo guardai e vidi che non c'era scritto nulla. Non potevo
credere che non ci fosse scritta una parola, lo giravo e rigiravo.
Finestra, - disse mio zio. - Usare il metodo della prospettiva
 come guardare il mondo da una finestra. Cos' quel foglio?
Niente, zio Effendi, dissi, annusando a lungo il foglio.
Non volendo usare il pitale di mio zio, dopo pranzo mi congedai
e andai al gabinetto nel giardino. Era gelido. Per non congelarmi
il didietro feci in fretta e uscii subito, e Sevket mi si par davanti
come se volesse tagliarmi la strada, silenzioso. Aveva in mano
il pitale del nonno, era pieno e fumante. Entr nel gabinetto e
lo vuot. Fuori, con il pitale vuoto in mano, gonfiando le guance
paffute, mi fiss con i suoi begli occhi e disse:
Tu hai mai visto un gatto morto? Aveva lo stesso naso di sua
madre. Chiss se lei ci osservava? Guardai e vidi che le persiane della
meravigliosa finestra del secondo piano dove avevo visto Sekre
per la prima volta dopo anni, erano chiuse.
No.
Vuoi vedere il gatto morto nella casa dell'ebreo impiccato?
Senza aspettare una risposta usc in strada e si incammin. Gli
andai dietro. Facemmo quaranta, cinquanta passi sulla strada fangosa
e gelata, entrammo in un giardino abbandonato. C'era odore
di foglie morte, un vago aroma di muffa. Con i passi sicuri e decisi
di chi conosce bene il posto, il bambino varc la porta di una
casa gialla, quasi nascosta dall'ombra dei fichi e dei mandorli.
La casa era completamente vuota, ma asciutta e tiepida come
se fosse abitata.
Di chi  questa casa?, chiesi.
Degli ebrei. Quando lui  morto, la moglie ed i figli se ne sono
andati nel quartiere ebreo, vicino all'imbarcadero di YemiS. Adesso
cercano di venderla tramite Esther, quella dei corredi. And
in un angolo della stanza, poi ritorn. Il gatto se n' andato, non
c', disse.
Un gatto morto che va via?
Il nonno dice che i morti vanno in giro.
Non loro, la loro anima, dissi.
Come fai a saperlo?, domand con espressione seria, tenendo
il pitale in mano, saldamente, con attenzione.
Lo so e basta. Tu vieni sempre qui?
Viene mia madre con Esther. Dicono che di notte ci vengano
gli spiriti, ma io non ho paura di questo posto. Hai mai ammazzato
qualcuno?
S.
Quante persone?
Non molte, due.
Con la spada?
Con la spada.
Le loro anime vanno in giro?
Non lo so. Secondo le scritture devono andare in giro.
Zio Hasan ha una spada rossa, taglia tutto quello che tocca. Ha
anche un pugnale con il manico di rubini. Hai ucciso tu mio padre?
Con la testa feci un gesto che non voleva dire n s n no.
Come fai a sapere che  morto?
La mamma ieri ha detto che  morto. Che non torner pi.
L'ha sognato.
Quando, per i nostri miseri interessi, per le nostre focose sensazioni
di lussuria e per l'amore che ci trasforma in uomini dal cuore
spezzato, ci prepariamo a fare cose disgustose, vorremmo sempre
avere un fine, se possibile supremo; ecco, in quel momento decisi,
una volta ancora, di fare da padre a questi orfani e cos,
rientrato a casa, ascoltai con maggior attenzione il nonno che raccontava
il libro di cui dovevo completare testo e disegni.
Comincio dai disegni che mi ha mostrato lo zio, il cavallo per
esempio. Di questo disegno, anche se non c'erano uomini e attorno
al cavallo non vi era nulla, non riuscivo a dire che era semplicemente
un disegno di cavallo. Il cavallo era l, ma ovviamente il suo
cavaliere era andato da qualche parte, oppure, chiss, magari sarebbe
uscito dai cespugli disegnati nello stile di Kazvin. Lo capivi,
volente o nolente, dalla sella e dalle decorazioni. Forse, accanto al
cavallo stavano per comparire dei personaggi armati di spada.
Evidentemente mio zio aveva chiesto al maestro chiamato in
segreto dal laboratorio di disegnare un cavallo. Ma il miniaturista
che veniva di notte riusciva a trasferire su carta il disegno del cavallo
che aveva in testa solo disegnandolo a memoria, come se facesse
parte di una storia, e cominciava a disegnare cos. Probabilmente,
a un certo punto mio zio interveniva ispirandosi ai metodi
dei maestri europei su quel disegno uscito dalle rappresentazioni di
guerra e amore che il maestro aveva visto migliaia di volte. Non
disegnare il cavaliere, - diceva. - Fai un albero. Ma fallo dietro e
piccolo.
Il miniaturista della notte si metteva a tavolino assieme a mio
zio e, a lume di candela, lavorava con entusiasmo a questo eccezionale
e strano disegno che non somigliava a nessuna delle rappresentazioni
a cui era abituato e che aveva studiato a memoria
perch mio zio gli pagava bene ogni disegno e, a dir la verit,
perch questo strano tipo di miniatura lo affascinava. Ma, proprio come
mio zio, anche questo maestro, da un certo punto in poi, non
riusciva a capire qual era la storia che ornasse ed illustrasse il disegno
del cavallo. Mio zio si aspettava che io guardassi questi disegni
in stile met veneziano e met persiano e scrivessi una storia adatta
alle pagine che aveva di fronte. Per poter ottenere Sekre,
dovevo assolutamente scrivere qualcosa, ma non mi veniva in mente
altro che il racconto del cantastorie al caff.
...
Capitolo ventitreesimo. Di me diranno che sono un assassino.

Gli ingranaggi del mio orologio con il loro tic tac dicevano che
si era fatta sera, non avevano ancora chiamato alla preghiera, ma
era gi da un po' che avevo acceso il candeliere accanto al leggio.
Avevo appena finito, velocemente ed a memoria, il disegno di un
fumatore d'oppio con la penna immersa nell'inchiostro nero di Hasanpasa
su un foglio ben rifinito e incerato, quando udii dentro di
me quella voce che ogni sera mi dice di uscire in strada. Ma mi
trattenni. Ero talmente deciso a non uscire per rimanere in casa a
lavorare, che ero arrivato a inchiodare la porta.
Il libro che stavo illustrando in gran fretta mi  stato ordinato
da un armeno che  venuto a bussare alla mia porta dal lontano
quartiere di Galata stamattina presto, quando non si era alzato ancora
nessuno. Quest'uomo che, bench balbuziente, fa l'interprete
e la guida, quando i viaggiatori europei o italiani vogliono un libro
sulle vesti ottomane, mi viene subito a cercare ed iniziamo a
contrattare. Mi sono accordato con lui per preparare un decente
catalogo di costumi, venti disegni, per un compenso di centoventi
ake; cos, all'ora della preghiera serale, mi sono seduto e, con
cura e attenzione, ho disegnato una dozzina di personaggi di Istanbul
con i loro vestiti: lo Seyhiilislam, il capo delle guardie di Palazzo,
l'imam, il giannizzero, il derviscio, il cavaliere, il cad, il
venditore di fegato e polmone, il boia - il ritratto del boia che tortura
 molto apprezzato - un mendicante, una donna che va all'hamam,
un fumatore d'oppio. Per guadagnare due o tre ake in
pi, ho fatto talmente tanti di questi libri che ormai, per non annoiarmi,
invento dei giochi, per esempio, disegno il cad senza mai
staccare la punta della penna dal foglio o la figura del mendicante
tenendo gli occhi chiusi.
I banditi, i poeti e gli infelici sanno che quando si sente chiamare
alla preghiera della sera i ginn e i demoni dentro di loro cominciano
tutti insieme a battere i piedi e a darsi da fare per traviarli.
La voce inquieta che  dentro di noi dice fuori, fuori, corri
in mezzo alla gente, nel buio, nella miseria, nell'infamia. Ho passato
anni cercando di placare questi ginn e questi demoni. Eppure
 grazie a loro che ho fatto i miei disegni, che molti considerano
un miracolo delle mie mani. Ma sono sette giorni, da quando
ho ucciso quel vile, che non riesco pi a controllare, neanche la sera,
i ginn e i demoni dentro di me. Battono i piedi con una tale
violenza che penso: se esco un po', forse si placheranno.
Dopo aver pronunciato questa frase, senza capire n come n
perch, come al solito, mi ritrovai di nuovo per strada. Camminai
veloce. Attraversai senza mai fermarmi strade piene di neve,
passaggi fangosi, salite ghiacciate, marciapiedi deserti. Mentre camminavo
il buio della notte calava sugli angoli pi deserti e pi disabitati
della citt, mi lasciavo pian piano alle spalle il mio peccato,
e mentre i miei passi riecheggiavano per le vie, lungo i muri
degli edifici di pietra, delle scuole coraniche e delle moschee, le
mie paure scemavano.
Istintivamente, i piedi mi condussero in questo povero quartiere
di periferia dove venivo ogni sera, strade abbandonate dove
anche ginn e fantasmi entrano rabbrividendo. Ho sentito dire che
met degli uomini di questo quartiere erano morti nella guerra con
i persiani e l'altra met l'aveva abbandonato ritenendolo maledetto,
ma io non credo a queste cose. L'unica disgrazia causata a
questo bellissimo quartiere dalle guerre con i persiani  che quarant'anni
fa hanno chiuso il convento dei dervisci kalenderi con la
scusa che ospitasse dei nemici.
Girai dietro ai rovi e agli allori, erano profumati anche con il
freddo, sistemai con la solita attenzione le assi di legno tra il camino
demolito e la finestra con la persiana caduta, ed entrai.
Sentii odore di incenso e muffa secolare. Essere l mi rese cos felice
che stavo quasi per mettermi a piangere.
Se ancora non vi ho detto di non temere nessuno a parte Allah
e che il castigo che mi verr dato in questo mondo non ha per me
la minima importanza, lo voglio dire adesso. Temo la pena severa
che subiranno gli assassini come me nel Giorno del Giudizio, il
Corano lo dice chiaramente, per esempio nella Sura della Salvazione.
Ogni volta che mi passano davanti agli occhi i colori e la violenza
di questo castigo - immagini semplici, ingenue ma spaventose,
ricordano le immagini dell'Inferno dipinte su pelle dagli antichi
miniaturisti arabi nei libri antichi, e anche le torture dei
demoni dipinte dai maestri cinesi e mongoli - non riesco a fare a
meno di seguire questa logica. Cosa dice la Sura del Viaggio Notturno
nel trentesimo versetto? Non dice forse di non uccidere senza
un motivo giusto, secondo gli insegnamenti di Allah? Bene,
allora, prima di tutto il vile che ho mandato all'Inferno non era un
credente - di cui Allah proibisce l'uccisione - e poi avevo molti
validi motivi per spaccargli la testa.
Quest'uomo ha parlato male di coloro che lavorano al libro che
il Nostro Sultano ha ordinato in segreto, ha parlato male di noi.
Se non l'avessi messo a tacere, avrebbe accusato come miscredenti
Zio Effendi, tutti i miniaturisti e addirittura Maestro Osman e
li avrebbe gettati in pasto agli uomini del predicatore di Erzurum.
Nel momento in cui qualcuno dicesse apertamente che i miniaturisti
sono atei, quelli di Erzurum, che non vedono l'ora di trovare
un pretesto per dimostrare la loro forza, distruggerebbero noi
maestri e tutto il laboratorio, e il Nostro Sultano non potrebbe restare
a guardare senza dire una parola.
Come faccio ogni volta che vengo qui, spazzai e pulii con la scopa
e gli stracci che nascondo in un angolo. Mentre pulivo mi si riscald
il cuore e mi sentii un bravo servitore di Allah. Lo pregai a
lungo perch non mi privasse di questo sentimento di bont. Un
freddo che farebbe cacare rame alle volpi mi penetrava fino al midollo,
nella gola cominciava quel dolore insinuante, uscii all'aperto.
Subito dopo, in quello strano stato d'animo, mi ritrovai in un
quartiere completamente diverso. Non so cosa sia successo nel tempo
intercorso durante il tragitto dal quartiere abbandonato del convento
derviscio a questo, non so cosa ho pensato, come ho fatto a
infilarmi in queste strade alberate dai cipressi.
Ma per quanto possa camminare ancora, ho un pensiero che
non riesco a togliermi dalla testa, mi rode come un tarlo, se ve lo
dico forse me ne libero un po'. Raffinato Effendi, che possiamo
definire un vile calunniatore o un poveraccio -  uguale - poco prima
di morire, mentre accusava Zio Effendi, mi aveva detto una
cosa. Vedendo che, quando aveva raccontato che Zio Effendi usava
il metodo della prospettiva degli infedeli, mi ero impressionato,
il vile mi aveva detto: C' ancora un ultimo disegno. In quel
disegno Zio Effendi bestemmia contro tutto ci in cui crediamo.
Non solo non ci crede ma bestemmia. Tre settimane prima della
calunnia del vile, Zio Effendi mi aveva veramente chiesto di disegnare
cose diverse - un cavallo, una moneta, la morte - in diversi
angoli di un foglio, con dimensioni diverse, come in un disegno
europeo. Quasi tutto il foglio dorato dal povero Raffinato Effendi
con i bordi gi preparati era coperto da altri fogli, come per nascondere
qualcosa a me ed agli altri miniaturisti.
Vorrei chiedere allo Zio cosa era rappresentato in quest'ultimo
disegno, ma mi trattengo. Se glielo chiedessi, naturalmente,
sospetterebbe che sia stato io a uccidere Raffinato Effendi e comunicherebbe
il suo sospetto a chiunque. Un altro motivo che mi inquieta
 che Zio Effendi potrebbe confermare le parole di Raffinato
Effendi. A volte penso di parlargliene come se fosse qualcosa
di strano che immagino io, non qualcosa che riguarda Raffinato
Effendi, ma questo non allevia le mie paure. Forse, essere ateo senza
rendersene conto non  poi cos terribile, ma adesso ne sono
pienamente consapevole.
Le mie gambe, sempre pi intelligenti della testa, mi avevano
istintivamente condotto nella via dove abita Zio Effendi. Mi nascosi
in un angolo e, al buio, guardai la casa il pi a lungo possibile.
Casa da ricchi in mezzo agli alberi, a due piani, grande e strana!
Non sapevo in che parte della casa fosse Sekre. Cercai di immaginare
dietro quale persiana avrei potuto vedere Sekre se la casa fosse
stata tagliata in due, proprio al centro, come in certi disegni fatti
a Tabriz ai tempi di Sci Tahmasp.
La porta si apr. Nel buio vidi uscire Nero. E lo Zio che, rimasto
un attimo dietro la porta del cortile, lo guardava con affetto
e richiudeva la porta.
La mia mente, che si era dedicata a stupide fantasticherie, fece
tutto da sola e, con grande dolore, di colpo arriv a tre conclusioni:
Uno: dato che Nero  meno caro e meno pericoloso, Zio Effendi
far finire a lui il libro, il nostro libro;
Due: la bella Sekre sposer Nero;
Tre: quanto andava dicendo il povero Raffinato Effendi era
vero, e io l'ho ucciso inutilmente.
In casi del genere, quando la nostra mente impietosa giunge alla
dolorosa conclusione che il nostro cuore non vuole riconoscere,
tutto il corpo si ribella. In un primo momento anche una parte della
mia mente si ribell con forza alla terza conclusione, e cio, che
ero un assassino vile e privo di scopo. Intanto le mie gambe avevano
di nuovo agito in maniera pi veloce e logica ed erano corse
dietro Nero Effendi.
Non so quante strade avevamo gi attraversato quando pensai
che sarebbe stato facile uccidere Nero che mi camminava davanti
tranquillo e che mi sarei liberato dalle prime due fastidiose conclusioni.
E, in quel caso, aver fracassato il cranio del povero Raffinato
Effendi non si sarebbe rivelato inutile. Se adesso facessi otto
o dieci passi di corsa, raggiungessi Nero e gli tirassi un colpo in testa
con tutta la mia forza, le cose continuerebbero come prima, e
Zio Effendi chiamerebbe me a finire il nostro libro. Ma una parte
onesta (a volte l'onest non  forse timore?) e prudente della mia
mente continuava a ripetere che il vile che avevo ammazzato e gettato
nel pozzo era un vero bugiardo. Se era vero, significava che
non l'avevo ucciso inutilmente, che Zio Effendi non ha niente da
nascondere sul libro che prepara, e che mi convocher a casa sua.
Ma guardando Nero che mi camminava davanti ebbi la certezza
immediata che nulla di tutto ci sarebbe accaduto. Erano solo
fantasie. Nero era pi reale di me. Succede a tutti, dopo aver fantasticato
per settimane, per anni, come per reazione al pensare
troppo con una certa logica, che un giorno vediamo una cosa, un
volto, un abito, una persona felice, e d'un tratto ci rendiamo conto
che i nostri sogni non si avvereranno mai, che quella ragazza
non ci verr mai concessa, quella tale posizione mai ottenuta.
Guardavo la testa di Nero con odio profondo, un odio caldo che
mi avvolgeva il cuore, gli guardavo la nuca, il movimento delle spalle,
quell'inquietante modo di camminare, era come se stesse facendo
un favore al mondo. Gli uomini come Nero, senza sensi di colpa e
con un futuro felice davanti, aprono le porte come un sultano che
entra nelle sue scuderie, credono che il mondo intero sia la loro casa
e disprezzano noi che ci stiamo dentro. Mi fu difficile trattenermi
dal raccogliere un sasso da terra e tirarglielo in testa.
Eravamo due uomini innamorati della stessa donna, lui davanti
e io dietro, a sua insaputa, proseguivamo tra curve e deviazioni,
salite e discese nelle vie di Istanbul e passavamo tranquilli per le
strade deserte - campo di battaglia di branchi di cani -, in mezzo
alle rovine dove aspettano i ginn, per i cortili delle moschee sulle
cui cupole dormono gli angeli, vicino ai cipressi che, mormorando,
parlano con le anime, accanto ai cimiteri coperti di neve e pieni
di fantasmi, poco lontano dai briganti che strangolano la gente,
tra negozi infiniti, stalle, conventi dervisci, fabbriche di candele,
sellai e mura, e io pensavo che non lo stavo seguendo ma che
lo stavo imitando.
...
Capitolo ventiquattresimo. Il mio nome  Morte.

Come vedete sono la Morte, ma non abbiate paura, sono solo
un disegno. Nei vostri occhi leggo che avete comunque paura di
me. Mi piace che, pur sapendo che non sono vera, abbiate lo stesso
paura, quasi aveste veramente incontrato la morte, come bambini
che si fanno prendere dal gioco. Mi guardate e intuite che ve
la farete sotto dalla paura quando arriver quell'ultimo e inevitabile
momento. Non  uno scherzo, sono soprattutto gli uomini forti
come leoni a perdere il controllo quando incontrano la morte. 
per questo che i campi di battaglia che avete disegnato migliaia di
volte non puzzano, come si crede, di sangue, polvere da sparo e
armature arroventate, ma di merda e carne putrefatta.
So che  la prima volta che vedete un ritratto della morte.
Un anno fa, un vecchio alto, magro e misterioso convoc a casa
sua il giovane maestro che mi ha disegnato. Nello studio in penombra
di una casa a due piani gli offr un delizioso caff profumato
d'ambra che andava gi come seta, aprendo cos la mente del
giovane maestro. Poi, in una stanza buia dalla porta azzurra gli indic
le migliori carte indiane, i pennelli di pelo di scoiattolo, le lamine
d'oro, le molteplici variet di penne e di temperini con il manico
di corallo e, per invogliarlo, gli fece capire che avrebbe pagato
molto bene.
Poi gli disse: Disegnami la morte.
Non posso disegnare la morte senza avere mai visto un disegno
della morte in vita mia, rispose il miniaturista dalle mani meravigliose
che poi mi avrebbe disegnato.
Per disegnare una cosa non c' bisogno che tu prima ne veda
per forza il disegno, disse il vecchio magro e ambizioso.
S, forse non ce n' bisogno, - disse il maestro che mi disegn.
- Ma, se vuoi che il disegno risulti perfetto come quelli degli
antichi maestri, bisogna prima disegnarlo migliaia di volte. Per
quanto possa essere esperto, la prima volta un miniaturista disegna
un argomento nuovo come un apprendista, e questo non mi si
addice di certo. Non posso sprecare il mio talento solo per disegnare
la morte, perch, per me, sarebbe come morire.
Questo morire forse ti avvicinerebbe all'argomento, disse il
vecchio.
Non  aver vissuto un certo argomento a fare di noi dei maestri,
ma il non averlo mai vissuto.
Allora questa maestria deve fare conoscenza con la morte.
Cos, come si conviene ai miniaturisti rispettosi sia dei vecchi
maestri sia del proprio talento, si impegnarono in una conversazione
finissima e piena di doppi sensi, metafore, allusioni, affermazioni
equivoche ed insinuazioni. So che riferire per intero quella
discussione annoierebbe i distinti miniaturisti del nostro caff,
ma io ascoltavo con grande attenzione, perch in fondo si trattava
della mia esistenza. A un certo punto sentii dire:
Il metro di misura del talento del miniaturista  disegnare tutto
con la perfezione degli antichi maestri o introdurre nel disegno
soggetti che nessuno riesce a vedere?, domand l'arguto maestro
dalle mani abili e dai begli occhi. Era prudente, pur conoscendo
gi la risposta a questa domanda.
I veneziani misurano il valore del miniaturista dai soggetti e
dalle tecniche mai utilizzati prima, disse il vecchio presuntuoso.
I veneziani muoiono come veneziani, disse il maestro che mi
avrebbe disegnato.
Ma tutte le morti si assomigliano, disse il vecchio.
La leggenda e la miniatura non raccontano che ci assomigliamo,
ma il contrario, - continu l'arguto maestro. - Il miniaturista
diventa maestro disegnando leggende assolutamente diverse tra loro,
come se le conoscessimo.
Cos il discorso and avanti: la morte dei veneziani e dei musulmani,
l'Angelo della Morte e gli altri angeli di Allah, il fatto che
non bisogna mai confonderli con i disegni degli infedeli. Il giovane
maestro che di l a poco mi avrebbe disegnato, e che in questo
momento mi fissa con i suoi begli occhi qui nel caff, si era annoiato
di tutte queste grandi parole, la sua mano era impaziente,
non vedeva l'ora di disegnarmi, ma non sapeva come.
Il vecchio subdolo e astuto che voleva convincere il giovane
maestro ne percep l'impazienza. E punt i suoi occhi scintillanti
alla fiamma della candela che bruciava invano nella stanza piena
di ombre sul giovane maestro dalle mani miracolose.
La Morte che il veneziano ha disegnato come se fosse una persona,
 un angelo come il nostro Asraele. Come l'Arcangelo Gabriele
si  mostrato in forma umana al nostro Profeta quando gli
ha dato il Corano. Hai capito?
Capii che il giovane maestro a cui Allah aveva donato un talento
incredibile aveva decisamente perso la pazienza e voleva disegnarmi.
Quel vecchio diabolico era riuscito a mettergli in testa
un'idea diabolica. In realt non vogliamo disegnare quello che conosciamo
con tutte le sue luci, ma quello che non conosciamo, con
tutte le sue ombre.
Non conosco assolutamente quella morte, disse il maestro
che di l a poco mi avrebbe disegnato.
Conosciamo tutti la morte, disse il vecchio.
Ne abbiamo paura, ma non la conosciamo.
E allora disegna questa tua paura, disse il vecchio.
In quel momento il mio ritratto stava per essere realizzato. Sentii
che la nuca del grande maestro s'intorpidiva, i muscoli delle sue
braccia si distendevano, la punta delle dita cercava la penna. Ma essendo
davvero un grande maestro, si trattenne, sentendo che questa
tensione avrebbe reso pi profondo il suo amore per la miniatura.
E il vecchio furbo, che lo aveva capito, per ispirarlo gli lesse
brani sulla morte dai libri che aveva davanti, dal Libro delle anime
di El-Cevziyye, da Al Ghazzali, dal Libro del Giorno del Giudizio-,
da Suyuti.
E cos, mentre faceva questo mio ritratto che voi, intimoriti,
contemplate, il maestro dalle mani miracolose ascolt: l'Angelo
della Morte aveva migliaia di ali che si estendevano dal Paradiso
fino al mondo, dal punto pi estremo d'Occidente a quello pi
estremo d'Oriente, e per chi ha fede quelle ali erano un abbraccio,
mentre per i peccatori e i ribelli erano acuminate come chiodi,
e cos, sentendo dire che molti di voi miniaturisti siete destinati
all'inferno, mi copr di chiodi. L'angelo che Allah avrebbe
mandato per togliervi la vita, teneva in mano un quaderno con tutti
i nomi di voi uomini e nelle sue pagine i nomi di alcuni erano segnati
con un cerchio nero; solo Allah conosce l'ora della morte ed a
quell'ora, dall'albero sotto al pi alto dei cieli, cade una foglia e
chi riesce a prenderla e a leggerla sa a chi tocca morire, e cos mi
disegn con fattezze orribili, con l'espressione pensierosa. Dato
che quel vecchio pazzo leggeva che l'Angelo della Morte arrivava
sotto spoglie di uomo, tendeva la mano e faceva morire la persona
la cui vita era giunta al termine e, all'improvviso, tutt'intorno
si diffondeva una luce come quella del sole, l'arguto maestro mi
disegn in mezzo alla luce, sapendo che questa luce non poteva essere
vista da chi era vicino al morto. Mentre il vecchio ambizioso
lesse dal Libro delle anime alcune testimonianze di ladri di tombe
che parlano di cadaveri con chiodi infilati qua e l per il corpo, di
fiamme al posto dei cadaveri e di crani pieni di piombo, il grande
maestro, che ascoltava attentamente, disegnandomi aggiunse un
dettaglio che avrebbe terrorizzato chiunque.
Ma se ne pent. Non di avere aggiunto questa cosa spaventosa,
ma di avere fatto il disegno. Mi sento come se mio padre mi
considerasse con vergogna e pentimento. Perch il maestro dalle
mani meravigliose si era pentito di avermi disegnato?
1. Perch io, il ritratto della morte, non ero stato fatto con sufficiente
precisione. Come vedete, non sono perfetta, n come
i disegni dei grandi maestri veneziani n come quelli degli
antichi maestri di Herat. Io stessa mi vergogno del mio
stato disastroso; il grande maestro non mi ha disegnato in
modo degno della seriet della morte.
2.Il maestro che mi ha disegnato grazie alla diabolica persuasione
del vecchio si era improvvisamente trovato a imitare i
metodi e le idee dei maestri europei senza pensarci su, e questo
lo rodeva perch lo considerava una specie di mancanza
di rispetto nei confronti degli antichi maestri, un qualcosa di
sconveniente che gli capitava per la prima volta.
3. Ma bisogna mettersi in testa, specialmente chi si  abituato a
me ed ha cominciato a ridere, che con la morte non si scherza.
Adesso, il maestro che mi ha disegnato, di notte vaga pentito
senza sosta per le strade e, come alcuni maestri cinesi, pensa di essere
la cosa che ha disegnato.
...
Capitolo venticinquesimo. Il mio nome  Esther.

Le donne di Kizilminareli e Karakedili mi avevano ordinato
pezze di stoffa di Bilecik viola e rosse per farne trapunte, cos, di
buon mattino, le misi nel mio fagotto. Tolsi la pezza di seta cinese
verde uscita dalla nave portoghese appena arrivata e la sostituii
con quella azzurra. In mezzo, piegandole per bene, vi sistemai tante
calze di lana, fasce e panciotti di lana spessa di tutti i colori che,
una volta aperto il fagotto, avrebbero fatto battere il cuore anche
alla donna meno interessata. Poi, per le donne che venivano a
chiacchierare e non a comprare, misi costosi fazzoletti di seta leggera,
borsellini, guanti di crine ricamati e sollevai il fagotto - ahi
- era cos pesante da spaccarmi la schiena. Lo appoggiai a terra.
Lo riaprii, stavo pensando cosa togliere, quando bussarono alla
porta, and Nesim.
Alla porta c'era la serva Hayriye, era tutta agitata. In mano
aveva una lettera.
La manda Sekre Hanim, bisbigli. Era cos agitata da sembrare
lei l'innamorata che voleva sposarsi.
Presi la lettera con grande seriet, e raccomandai a quella stupida
ragazza di tornare a casa senza farsi vedere da nessuno.
Nesim mi guardava con aria interrogativa. Presi il fagotto finto,
ingombrante ma leggero, quello che uso quando consegno le lettere.
La figlia di Zio Effendi, Sekre, sta bruciando d'amore, - dissi.
- La poveretta ha completamente perso la testa.
Feci una risata e uscii, ma fui colta da scrupoli. Non avrei dovuto
prendermi gioco dell'avventura di cuore di Sekre, dovevo
solo piangere per la sua triste vita. Quanto era bella, la mia triste
figliola dagli occhi neri!
Camminai velocemente davanti alle case fatiscenti del nostro
quartiere ebreo che nel freddo del mattino sembrava ancora pi
deserto e misero. Dopo un bel po', quando vidi il mendicante cieco
che controlla i passanti all'angolo della strada dove abita Hasan,
gridai con tutta la mia forza:  arrivato il corredo!
Cicciona di una strega, - disse. - Anche se non avessi urlato,
ti avrei riconosciuta dal passo.
Brutto cieco, - dissi. - Tartaro iettatore! I ciechi sono disgraziati
abbandonati da Allah. Che Allah ti maledica.
Una volta non mi arrabbiavo, non ci facevo caso. Ad aprire la
porta venne il padre di Hasan. Viene dallAbkhazia,  un gentiluomo,
 educato.
Vediamo cosa ci hai portato questa volta, disse.
Quel pigrone di tuo figlio dorme ancora?
Ma no, aspetta notizie da te.
La casa  cos buia che mi sembra sempre di entrare in una tomba.
Sekre non chiede mai di loro, ma io gliene parlo spesso perch
non pensi a tornare in questa tomba. Mi  perfino difficile immaginare
che una volta la mia bella Sekre fosse la padrona di questa
casa, che vivesse qui con quelle pesti dei figli. Dentro c' fetore
di sonno e di morte. Passai nell'altra stanza, era ancora pi scuro.
Era buio pesto. Non avevo ancora tirato fuori la lettera, quando
Hasan apparve nell'oscurit e me la strapp di mano. Come
sempre, lo lasciai in pace perch la leggesse e placasse la sua curiosit.
Alz subito la testa dalla lettera.
Non c' altro? - domand, ma sapeva che non c'era altro. -
 una lettera brevissima, comment, e la lesse:

Nero Effendi, tu vieni in casa nostra, ti trattieni tutto il giorno.
Ma ho sentito che non hai scritto neanche una riga per il libro
di mio padre. Ti avverto, non avrai speranze se prima non finirai
il libro di mio padre.

Con la lettera in mano, mi guardava negli occhi come se fossi
io la colpevole di tutto quel che stava accadendo. Non amo questo
genere di silenzi nella casa di Hasan.
Non dice pi che  sposata, che il marito torner dalla guerra, -
disse. - Perch?
Che ne so, - risposi. - Non sono io che scrivo queste lettere.
A volte mi fai venire dei dubbi in proposito, disse e mi restitu
la lettera insieme a quindici ake.
Ci sono uomini che pi guadagnano e pi diventano avari, ma
tu non sei cos, dissi.
Aveva un aspetto cos intelligente e diabolico che, malgrado
quei suoi modi loschi e sgradevoli, riuscivo a capire perch Sekre
continuasse ancora ad accettare le sue lettere.
Che cos' questo libro del padre di Sekre?
Vallo a sapere! Dicono che a finanziarlo sia il Nostro Sultano.
Si dice che a causa dei disegni del libro i miniaturisti si uccidano
tra loro, - disse. - Per i soldi o perch, Allah non voglia!,
bestemmiano contro la nostra religione? Dicono che basti guardarli
una volta per diventare immediatamente cieco.
Lo disse sorridendo e capii che non dovevo prenderlo sul serio.
Anche se erano cose da prendere sul serio, per lui non era importante
che le prendessi sul serio anch'io. Come molti uomini che
hanno bisogno delle mie lettere, della mia mediazione, anche Hasan
mi disprezza quando viene ferito nell'orgoglio. E io, come richiede
il mio lavoro, fingo che la cosa mi rattristi e loro ne gioiscono.
Le ragazze, invece, quando si sentono ferite mi abbracciano
e piangono.
Tu sei una donna intelligente, - disse Hasan per lusingarmi
credendo di avermi ferita. - Portagliela subito. Sono curioso di
leggere la risposta di quel cretino.
Per un attimo, mi venne voglia di dirgli: Nero non  cos cretino.
In queste situazioni far ingelosire i rivali fa guadagnare molto
Esther la Sensale. Ma temetti un'improvvisa crisi d'ira.
Sai, il mendicante tartaro all'inizio della strada  molto maleducato,
dissi uscendo.
Mi diressi verso l'altro lato della strada per evitare il mendicante
e cos, di buon mattino, passare dal mercato dei polli. Perch i musulmani
non mangiano la testa e le zampe del pollo? Perch sono gente
strana! Mia nonna buonanima raccontava che quando arrivarono
dal Portogallo spesso facevano il brodo con le zampe di pollo.
A Kemeraraligi vidi una donna a cavallo che stava diritta come
un uomo, con gli schiavi attorno, tutta fiera, era la moglie di
un pasci o la figlia di un ricco e sospirai. Anche Sekre avrebbe
potuto vivere come una donna fiera se non avesse avuto un padre
consacrato ai libri, con la testa tra le nuvole, e se suo marito fosse
tornato carico di tesori dalla guerra con i saffavidi. Se lo meriterebbe
pi di chiunque altro.
Quando imboccai la via di Nero, il cuore cominci a battermi
forte. Davvero voglio che Sekre lo sposi? Riesco a tenere Sekre
in contatto con Hasan e, insieme, lontana da lui, ma con questo
Nero cosa accadr? Oltre all'amore che prova per Sekre, ha
tuttofa posto?
 arrivato il corredo!
Non cambierei con nulla la felicit di mettere una lettera in mano
a chi si  rimbecillito per la solitudine, per la mancanza di una
moglie o di un marito. Anche quando sono sicuri di ricevere una
pessima notizia, all'inizio, prima di leggere la lettera, hanno tutti
un brivido di speranza.
Nero, di certo, aveva le sue ragioni per sperare, visto che Sekre
non parlava di un ritorno del marito e la frase non avrai speranze
era legata ad un'unica condizione. Lo guardai leggere la lettera
con gusto. Si agit, ebbe paura della felicit che provava.
Quando si ritir per scrivere una risposta, aprii il mio falso fagotto,
come farebbe un'arguta venditrice di corredi, e tirai fuori un
borsellino nero. Lo mostrai a quella ficcanaso della padrona di casa
di Nero.
 del migliore velluto persiano, dissi.
Mio figlio  morto nella guerra con la Persia, - disse. - Da
parte di chi  la lettera che hai dato a Nero?
Le leggevo in faccia che si dava da fare per accoppiare Nero,
bello e forte, con la sua brutta figlia o con la figlia di chiss chi.
Nessuno, - dissi. - Un suo parente povero che sta per morire a
BayrampaSa Odalari gli chiede dei soldi.
Poveretto, - disse senza assolutamente crederci. - Chi  questo
sventurato?
Come  morto tuo figlio in guerra?, le chiesi con ostinazione.
Cominciammo a guardarci con ostilit. La vedova era una donna
molto sola, che vita difficile! Se voi foste Esther, venditrice di
corredi e portalettere, vedreste che, nella vita, solo la ricchezza, il
potere e le favolose storie d'amore rendono curiose le persone. Il
resto - le cose tristi, separazioni, gelosie, ostilit, lacrime, pettegolezzi
e infinite miserie -  tutto uguale, proprio come gli oggetti
nelle case: un vecchio kilim sbiadito, un mestolo e un piatto da
portata dentro una teglia da brek, vicino al focolare, le pinze ed il
contenitore per la cenere, due casse sciupate, una grande ed una piccola,
l'attaccapanni per il turbante che tiene ancora per non far capire
che in casa vive una vedova sola, una vecchia spada per spaventare
i ladri.
Nero torn tutto contento con un borsellino in mano. Esther,
- disse in modo da farsi sentire pi che da me, da quella ficcanaso
della padrona di casa. - Prendilo e portalo al povero infermo.
Se ha una qualche risposta, aspetta che te la dia. Io sar tutto il
giorno da Messer Zio.
Non c' bisogno di tutti questi giochetti. Non c' niente da nascondere
se un bravo giovane come Nero riceve segnali, manda
fazzoletti e lettere, se si sceglie una ragazza. E se avesse davvero
messo gli occhi sulla figlia della padrona di casa? A volte non mi
fido affatto di Nero e ho paura che tradisca brutalmente Sekre.
Pur stando tutto il giorno nella stessa casa di Sekre,  incapace
di mandarle un segnale.
In strada aprii il borsellino, c'erano dentro dodici ake ed una
lettera. Ero talmente curiosa di leggerla che andai da Hasan quasi
di corsa. I fruttivendoli avevano esposto cavolfiori e carote davanti
ai negozi. Ma non avevo neanche la forza di toccare i porri
che mi chiamavano: Esther, vieni a prenderci.
Quando imboccai una via laterale vidi che il tartaro cieco era
pronto a dirmi di nuovo qualcosa. Puah..., sputai verso di lui.
Perch non viene il gelo a uccidere questi vigliacchi?
Mi fu difficile pazientare mentre Hasan si leggeva la lettera.
Alla fine, non potendomi pi trattenere, gli chiesi: E allora?
Cos me la lesse:

Sekre, Mia Signora, tu vuoi che io porti a termine il libro di
tuo padre. Sappi che non ho altri obiettivi. Vengo in quella casa
con questo scopo, e non per turbarti, come hai detto una volta.
Sono ben cosciente che il mio amore per te  un mio problema. Ma
 a causa di questo amore che non riesco a scrivere il testo che mi
ha chiesto tuo padre, mio zio, per il suo libro. Ogni volta che sento
la tua presenza in casa rimango di sasso e non riesco a essere d'aiuto
a tuo padre. Ci ho pensato molto, e c' un unico motivo per tutto
questo. Dopo dodici anni ho rivisto il tuo viso una sola volta,
quando sei apparsa alla finestra. Adesso temo di perdere quella visione.
Se ti potessi vedere una volta pi da vicino, non avrei paura
di perdere l'immagine del tuo viso e finirei facilmente il libro
di tuo padre. Ieri, Sevket mi ha portato nella casa abbandonata
dell'ebreo impiccato. In quella casa non ci vedrebbe nessuno.
Oggi posso aspettarti li, vieni quando vuoi. Sevket mi ha detto che
ieri hai sognato che tuo marito era morto.

Hasan lesse la lettera, in alcuni punti la sua voce gi stridula andava
in falsetto, come quella di una donna, in altri punti rideva e
imitava le suppliche tremanti di un innamorato che ha perso la testa.
Trovava ridicolo che la voglia di vederti una volta fosse espressa
in persiano. Appena ha capito che Sekre gli d qualche speranza,
Nero ha iniziato subito a mercanteggiare, - disse. - Questo
modo di pensare al proprio interesse non  da vero innamorato.
Lui  veramente innamorato di Sekre, dissi con aria
innocente.
Questo dimostra che stai dalla parte di Nero. Il fatto che abbia
scritto di aver sognato mio fratello morto, significa che ne accetta la
morte.
 solo un sogno, dissi come una stupida.
Io so quanto  intelligente ed imbroglione Sevket. Abbiamo
vissuto insieme per anni in questa casa! Se sua madre non fosse
stata d'accordo e non lo avesse, in qualche modo, forzato a farlo,
Sevket non sarebbe mai andato con Nero nella casa dell'ebreo impiccato.
Se Sekre pensa di liberarsi di mio fratello, di noi, si sbaglia!
Mio fratello  ancora vivo e torner dalla guerra.
Senza terminare la frase and nell'altra stanza, stava per accendere
una candela alla fiamma del focolare quando si bruci la
mano, grid. Si lecc la mano e finalmente accese la candela, che
mise vicino a un leggio. Tolse una penna da un astuccio, la immerse
nel calamaio e scrisse velocemente su un piccolo foglio.
Capii subito che gli faceva piacere che lo guardassi, e per fargli vedere
che non lo temevo sorrisi con tutta la mia forza.
Chi  questo ebreo impiccato? Lo sai.
C' una casa gialla poco lontano dalla loro. Dicono che l'adorato
e ricchissimo medico del precedente sultano, Mos Hamon,
nascose per anni in quella casa la sua concubina, un'ebrea di Amasya,
e il fratello di lei. Anni fa, ad Amasya, nel quartiere ebreo un giovane
greco scomparve alla vigilia della Pasqua ebraica e si disse che
il giovane era stato strangolato per fare del pane azzimo col suo
sangue. Poi vennero fuori dei falsi testimoni e si cominci a impiccare
gli ebrei, e cos il medico prediletto del sultano port via
la sua bella insieme al fratello e li nascose con il permesso del sultano.
Quando il Sultano mor, i suoi nemici non riuscirono a prendere
la donna, ma impiccarono l'uomo che viveva da solo.
Se non aspetta che mio fratello torni dalla guerra, anche Sekre
verr punita, disse Hasan e mi diede le lettere.
Sul suo volto non si leggevano rabbia e odio, ma la tristezza e
la malinconia tipiche dei veri innamorati. Per un attimo, nei suoi
occhi, vidi che l'amore l'aveva trasformato in un vecchio. Anche i
soldi che aveva cominciato a guadagnare alla dogana non l'avevano
assolutamente ringiovanito. Vedendo quanto fosse debole il suo
sguardo, mi venne in mente che, dopo tutte quelle minacce, mi
avrebbe comunque chiesto di convincere Sekre. Ma ormai stava
diventando una persona talmente cattiva da non poterlo pi chiedere.
Quando uno ammette di essere cattivo - in amore, il rifiuto
 un valido motivo per esserlo - la violenza arriva facilmente. Fui
presa da una tale paura della sua spada rossa che tagliava tutto quello
che toccava di cui parlavano i bambini e di altre cose analoghe,
che mi venne voglia di scappare e corsi in strada tutta agitata.
E cos, indifesa, mi lasciai offendere dalle ingiurie del mendicante
tartaro. Ma mi ripresi subito, lasciando silenziosamente nel
suo fazzoletto un sasso raccolto per terra: Prendi, pigro di un
tartaro!
Lo guardai senza ridere mentre allungava la mano speranzoso
verso il sasso credendo che fosse denaro. Senza ascoltare le sue bestemmie,
me ne andai da una ragazza che avevo fatto sposare con
un brav'uomo.
La mia dolce figliola mi offr un brek con spinaci cucinato il
giorno prima ma ancora croccante, per pranzo stava preparando
un piatto di carne d'agnello stufata con cipolla, insaporito con abbondanti
uova e reso leggermente aspro con susine, come piace a
me; per non offenderla aspettai che finisse di cuocerlo e ne mangiai
ben due mestolate con il pane fresco. Aveva preparato anche
una buona composta di uva, e senza farmi scrupoli, le chiesi della
marmellata di rose, la aggiunsi alla composta e la mangiai. Poi andai
a consegnare le lettere alla mia bella Sekre.
...
Capitolo ventiseiesimo. Io, Sekre.

Avrei voluto raccontarvi che quando Hayriye mi annunci l'arrivo
di Esther, stavo sistemando il bucato lavato e asciugato nella
cassapanca... Ma perch mentirvi? Va bene, quando  arrivata
Esther stavo spiando mio padre e Nero dallo spioncino dell'armadio
e, dato che aspettavo con impazienza le lettere di Nero e Hasan,
pensavo anche a Esther. Cos come sentivo che la paura della
morte di mio padre si fondava su un ragionevole dubbio, sapevo
che l'interesse di Nero nei miei confronti non sarebbe durato
per tutta la vita. Nero non  semplicemente innamorato, vuole soprattutto
sposarsi. E dato che vuole sposarsi si innamora facilmente.
Se non me, sposer un'altra e prima di sposarla si innamorer
anche di lei.
In cucina, Hayriye aveva fatto accomodare Esther in un angolo,
le aveva offerto un bicchiere di sciroppo d'acqua di rose e mi
guardava con aria colpevole. Da quando va a letto con mio padre
so che gli riferisce tutto e la temo.
Mia Bella, mia bellissima dagli occhi neri e dal nero destino,
sono in ritardo perch quel maiale di mio marito Nesim non mi lasciava
venire, - disse Esther. - Tu non hai un marito che ti sta addosso,
non sai quanto sei fortunata.
Quando tir fuori le lettere, gliele strappai di mano. Hayriye
non mi stava tra i piedi ma si era ritirata in un angolo da dove poteva
sentire. Diedi le spalle a Esther perch non mi vedesse in faccia e
lessi per prima la lettera di Nero. Quando pensai alla casa dell'ebreo
impiccato, ebbi un fremito. Poi mi dissi, non avere paura Sekre, tu
riusciresti a superare tutto, e cominciai a leggere la lettera di Hasan.
Anche lui stava per impazzire.

Sekre, Mia Signora, ardo d'amore, ma so che non te ne importa
nulla. Di notte sogno di correre dietro alla tua immagine su
colline deserte. Ogni volta che non rispondi alle mie lettere, che so
che leggi,  come se il mio cuore fosse trafitto da una freccia con la
coda a tre piume. Ti scrivo sperando in una risposta. Qualcuno l'ha
sentito dire dai tuoi figli e si  sparsa la voce che hai sognato tuo
marito morto, sostenendo cos di essere libera. Non so se sia vero.
So solo che sei ancora sposata con mio fratello e che sei legata a
questa casa. Ormai anche mio padre mi d ragione, e oggi andremo
dal cad per riportarti a casa. Prenderemo degli uomini e verremo
da voi, informa pure tuo padre. Prepara i bagagli, stai per tornare
a casa. Mandami subito una risposta tramite Esther.

Dopo aver letto la lettera una seconda volta mi ripresi e guardai
Esther con aria interrogativa. Ma non mi disse nulla di nuovo,
n su Hasan n su Nero.
Presi subito la penna che tenevo in un angolo dell'armadio delle
pentole, misi la carta sul tagliere del pane e stavo per cominciare
a scrivere a Nero, quando mi fermai.
Mi venne in mente una cosa. Mi girai e guardai Esther. Era felice
come una bambina grassa, tutta presa a bere lo sciroppo d'acqua
di rose, e per un attimo mi parve veramente assurdo che potesse
conoscere i miei pensieri. Rimisi a posto carta e penna, mi
voltai verso di lei e le sorrisi.
Guarda com' dolce il tuo sorriso, mia bellissima, - mi disse.
- Non ti preoccupare, alla fine si risolve tutto. Istanbul pullula di
ricchi signori, di pasci che non vedono l'ora di sposare una bella
ragazza come te, una ragazza con le mani d'oro.
Sapete com', a volte diciamo qualcosa in cui crediamo, e lo
facciamo in modo tale da chiederci: Ma perch l'ho detto come
se non ci credessi veramente? Ecco, feci anch'io cos e dissi: Ma
Esther, chi  che vorrebbe sposare una vedova con due figli, per
amor di Dio!
Con una come te molti, ma mooolti uomini vorrebbero sposarsi,
disse facendo un gesto con la mano che indicava molto.
La guardavo negli occhi. Pensavo che in realt non le volevo
bene. Rimasi in silenzio, e lei cap che non le avrei dato una lettera
di risposta e che doveva andarsene. Quando Esther se ne fu
andata, sentii lo stesso silenzio, come posso dirvi, nell'anima, e mi
ritirai nel mio angolo.
Mi appoggiai al muro e rimasi in piedi a lungo, al buio, senza
fare nulla. Pensai a me stessa, a cosa fare, alla paura che mi cresceva
dentro. E per tutto quel tempo ascoltai Sevket e Orhan che,
al piano di sopra, parlavano tra loro.
Sei fifone come una donna, - disse Sevket. - Attacchi alle
spalle. Mi balla un dente, disse Orhan.
Allo stesso tempo, con un angolo della mente seguivo quel che
accadeva tra mio padre e Nero.
La porta azzurra dello studio era aperta, e potevo tranquillamente
ascoltarli. Mio padre diceva: Dopo aver visto i ritratti dei
maestri italiani, ti rendi conto con un certo timore che gli occhi
non possono pi essere semplicemente due buchi rotondi, tutti
uguali, ma sono come i nostri, e riflettono la luce come uno specchio,
la assorbono come un pozzo. Le labbra non sono pi fessure
su volti piatti come fogli, ma nodi d'espressione che, distendendosi
e sciogliendosi, manifestano la nostra allegria, la tristezza
e l'anima, e ogni bocca ha un rosso diverso. I nostri nasi non
sono pi insipidi muri che dividono in due i nostri volti, ma curiosi
e vivi strumenti con una forma diversa per ognuno di noi.
Chiss se Nero si meravigliava come me del fatto che mio padre
parlasse dei signori infedeli che si facevano ritrarre dicendo
noi. Quando guardai dallo spioncino, il volto di Nero era cos
pallido che per un attimo mi spaventai. Moro mio diletto, mio triste
eroe, hai passato una notte insonne pensando a me,  per questo
che le tue guance hanno perso colore?
Forse non lo sapete: Nero  alto, snello e di bell'aspetto. Ha la
fronte spaziosa, gli occhi a mandorla e un naso importante e sottile.
Ha mani lunghe e magre con dita vivaci e svelte, da bambino.
Quando si alza in piedi  robusto, ha le spalle dritte un po' larghe,
ma di certo non quanto un facchino. Da bambino non aveva
ancora un corpo e un viso ben definiti. A distanza di dodici anni,
quando l'ho rivisto per la prima volta da questo angolo buio, ho
capito subito che era diventato un uomo.
Adesso, al buio, se appoggio bene l'occhio allo spioncino,
dodici anni dopo, vedo la tristezza sul volto di Nero. Mi sento colpevole
ed allo stesso tempo orgogliosa che abbia sofferto cos tanto
per me. Il volto di Nero che ascolta mio padre guardando un disegno
 innocente ed infantile. Quando lo vidi aprire la bocca,
rosa come quella di un bambino, mi venne voglia di offrirgli il mio
seno. Nero mi avrebbe posato la testa tra i seni, mentre le mie dita
lo accarezzano sulla nuca, tra i capelli e, prendendomi un capezzolo
in bocca come fanno i miei figli, avrebbe chiuso gli occhi
felice, capendo che solo con il mio affetto avrebbe potuto trovare
pace, legandosi a me per sempre.
Madida di sudore, immaginai che Nero non guardasse pi il ritratto
di Satana che gli mostrava mio padre, ma contemplasse meravigliato
e attento i miei seni. Sembrava ubriaco, guardava i miei
seni, i miei capelli, il mio collo, tutto. Gli piacevo cos tanto che
diceva tutte le dolci parole che da ragazzo non era riuscito a dirmi
e capivo che adorava i miei modi fieri, il mio contegno, la mia
educazione, la paziente e coraggiosa attesa di mio marito, la bella
lettera che gli avevo scritto.
Per un attimo provai rabbia nei confronti di mio padre che mi
tendeva tranelli per non farmi risposare. Sono stufa dei disegni
che fa fare ai miniaturisti cercando di imitare i maestri europei,
dei suoi ricordi di Venezia.
Quando chiusi di nuovo gli occhi - Dio mio, non l'ho fatto di
mia volont - Nero mi si avvicin cos dolcemente che, nel buio,
lo sentii accanto a me. Capii che era comparso all'improvviso dietro
di me, mi baciava la nuca, il collo, dietro le orecchie, ed era
molto forte. Mi sentivo al sicuro perch era forte, grande e potente,
perch riuscivo ad appoggiarmi a lui. La nuca mi solleticava,
i capezzoli mi si inturgidivano. Ero al buio con gli occhi chiusi
e avvertii in maniera precisa il suo coso enorme, tanto che la testa
prese a girarmi. Chiss com' il coso di Nero?
A volte, in sogno, mio marito me lo fa vedere tra mille dolori.
Mi accorgo che cerca di camminare con il corpo insanguinato, tra
le frecce e le lance tirate dai soldati saffavidi, e di avvicinarsi, ma
purtroppo c' un fiume che ci separa. Mentre, sofferente ed insanguinato,
mi chiama dall'altra parte del fiume, vedo il suo coso diventare
enorme. Se  vero quello che ha raccontato quella sposa
georgiana all'hamam, e che confermano anche certe vecchie bisbetiche,
che pu essere grande cos, il coso di mio marito non lo
era poi molto. Se Nero ce l'ha pi grande di lui, se era veramente
il suo quella cosa enorme che si intravedeva sotto la fascia quando
ha preso il foglio in bianco che gli ho mandato con Sevket - s,
lo era - forse non entrerebbe dentro di me o mi farebbe molto male,
il solo pensiero mi fa paura.
Mamma, Sevket mi fa il verso.
Uscii dall'angolo buio dell'armadio, passai silenziosamente nella
stanza di fronte, presi il panciotto rosso dalla cassa e lo indossai.
Avevano tirato fuori il mio materasso e ci stavano litigando
sopra gridando.
Non vi ho forse detto che non si pu urlare quando in casa
c' Nero?
Mamma, perch ti sei messa il panciotto rosso?, chiese Sevket.
Ma mamma, Sevket mi faceva il verso, disse Orhan.
Non ti ho detto di non fargli il verso? Che cos' questa schifezza?
C'era un brandello di pelle.
Una carogna, - disse Orhan. - L'ha presa Sevket per strada.
Andate subito a buttarla dove l'avete presa.
Ce la porta Sevket.
Su, andate, ho detto subito.
Quando videro che cominciavo a mordermi le labbra per la rabbia,
come faccio prima di picchiarli, si spaventarono e corsero via.
Speriamo che tornino presto e che non prendano freddo.
Tra tutti i miniaturisti il mio preferito  Nero, perch lui mi
ama pi di tutti e io conosco la sua anima. Presi carta e penna e
senza rifletterci troppo, tutto d'un fiato gli scrissi:

Va bene, prima della preghiera della sera ti vedr nella casa
dell'ebreo impiccato. Finisci il libro di mio padre al pi presto.

Ad Hasan invece non risposi, non ritenevo che lui e suo padre
potessero fare un'incursione improvvisa a casa nostra, anche se
fossero veramente andati dal cad oggi stesso. In quel caso non mi
avrebbe scritto, non avrebbe atteso la mia risposta e sarebbe piombato
direttamente da noi. Adesso sar l ad aspettare la mia lettera,
non la ricever e impazzir, e allora prender degli uomini per
tentare l'incursione. Non crediate che non lo tema. A dir la verit,
conto su Nero perch mi protegga. Ma lasciate che vi dica quel che
mi comunica il cuore: forse non ho cos tanta paura di Hasan perch
amo anche lui.
Se mi diceste come  possibile amarlo, non mi arrabbierei, ma
vi darei ragione. Negli anni in cui, sotto lo stesso tetto, abbiamo
atteso che mio marito tornasse dalla guerra, ho avuto modo di vedere
quanto sia meschino, debole e profittatore quest'uomo.
Esther dice che adesso guadagna molti soldi e so che non mente
da come alza le sopracciglia. Avendo pi soldi avr anche pi fiducia
in se stesso, e penso che tutte le cattiverie che rendono Hasan
repellente siano scomparse per lasciare spazio a quel lato cupo,
strano e vivace che ho avuto modo di scoprire nelle sue lettere
ostinate.
Sia Nero che Hasan hanno sofferto molto per amor mio. Nero
 fuggito lontano,  scomparso, offeso, per dodici anni. Hasan mi
ha mandato ogni giorno una lettera con disegni di uccelli e gazzelle.
Leggendo le sue lettere ho imparato a temerlo, ma anche a
esserne curiosa.
Non mi stupisce che sappia che ho sognato mio marito morto
perch so bene che anche Hasan  curioso di conoscere tutto quello
che mi riguarda. Ho il sospetto che Esther gli faccia leggere le
mie lettere a Nero. Per questo non ho risposto a Nero tramite
Esther. Lo sapete voi se i miei sospetti sono fondati.
Come mai avete fatto tardi, brontolai quando i bambini
tornarono.
Capirono subito che non ero veramente arrabbiata. Di nascosto
da Orhan, portai Sevket nell'armadio buio. Lo presi in braccio.
Gli baciai il collo, i capelli e la nuca.
Come sei freddo, amore mio. Dammi quelle belle manine che
la mamma te le riscalda...
Aveva le mani che puzzavano di carogna ma non dissi nulla. Lo
abbracciai forte stringendomelo al petto. Dopo un po' si riscald
e si sciolse come un gattino che fa le fusa.
Vuoi bene alla tua mamma?
Mmmh.
Gliene vuoi?
S.
Pi di tutti?
S.
Allora ti dir una cosa, - dissi come se gli rivelassi un segreto.
- Ma non lo dirai a nessuno, va bene?, gli bisbigliai all'orecchio:
Anch'io voglio pi bene a te di tutti, hai capito?
Anche pi di Orhan?
S, pi di Orhan. Orhan  piccolo,  come un uccellino, non
capisce niente. Tu sei pi intelligente, tu capisci. - Gli baciai i capelli
annusandoli. - Perci adesso ti chieder una cosa. Ti ricordi
che ieri hai portato di nascosto un foglio bianco a Nero Effendi?
Glielo porterai anche oggi, va bene?
Lui ha ucciso il mio pap.
Cosa?
Ha ucciso il mio pap. Me l'ha detto ieri, nella casa dell'ebreo
impiccato.
Cosa ha detto?
Ho ucciso io tuo padre, ha detto. Io ho ucciso molti uomini,
ha detto.
Fu un attimo. Di colpo Sevket si era gi liberato dal mio abbraccio
e piangeva. Perch piangeva? Va bene, un attimo prima,
forse, non riuscendo a trattenermi gli avevo dato uno schiaffo.
Non pensiate che ho un cuore di pietra. Ma sentendo dire una cosa
del genere sull'uomo con il quale, per il loro bene, stavo pensando
di sposarmi, mi ero innervosita.
Improvvisamente mi commossi per il povero orfano che continuava
a piangere e stavo per piangere con lui. Ci abbracciammo.
Ogni tanto singhiozzava, ma che c' da piangere tanto per uno
schiaffo? Gli accarezzai i capelli.
 cominciato tutto cos. Sapete che l'altro giorno ho raccontato
a mio padre di avere sognato mio marito morto. In realt, in
questi quattro anni in cui non  tornato dalla guerra con i persiani,
l'ho sognato spesso, e una volta c'era anche un morto, ma non
so se il morto fosse lui, non era molto chiaro.
I sogni servono sempre ad altro. In Portogallo, da dove viene
la nonna di Esther, i sogni servono ai miscredenti per accoppiarsi
con Satana. Allora gli antenati di Esther, rinnegando l'ebraismo,
dissero di essere diventati cristiani cattolici, ma i torturatori gesuiti
della Chiesa portoghese non ci credettero e, pur di bruciare
ogni ebreo, li torturarono tutti per far confessare loro i ginn e i demoni
che sognavano e, sempre con la tortura, attribuirono loro anche
sogni mai sognati. Vuol dire che laggi i sogni servivano alla
gente per scopare con Satana o per accusarla e poi bruciarla.
I sogni servono a tre cose.

Alif : vuoi una cosa ma non ti permettono neanche di chiederla.
Allora dici, l'ho sognato. Cos, hai espresso il tuo desiderio senza
chiedere.

Ba: vuoi fare qualcosa di cattivo a qualcuno. Per esempio vuoi
calunniare qualcuno. Allora dici, ho sognato che la tale signora tradiva
il marito, oppure ho sognato che portavano brocche e brocche
di vino a quel tal pasci. Cos, anche se non ci credono, parte
della cattiveria va comunque a segno.

Gim: vuoi una cosa, ma non sai neanche bene quale. Racconti
un sogno confuso. Gli altri lo commentano e dicono subito cosa
devi chiedere e cosa ti possono dare. Per esempio dicono: tu hai
bisogno di un marito, di un bambino, di una casa...

Questi sogni non sono affatto cose che sogniamo veramente
quando dormiamo. Tutti raccontano sogni fatti di giorno come se
li avessero fatti di notte in modo da trarne vantaggio. Solo gli stupidi
raccontano i sogni fatti di notte cos come sono. Allora, o ti
prendono in giro o commentano il tuo sogno come se ci fosse qualcosa
di brutto. Invece i sogni veri non vengono presi sul serio da
nessuno, neanche da chi li sogna. Voi lo fate forse?
Quando, con un sogno raccontato a mezza bocca, ho insinuato
che mio marito potesse essere morto, dapprima mio padre ha
detto che questo sogno non poteva essere accettato come indice di
verit. Ma, sempre mio padre, di ritorno dal funerale, per via di questo
sogno  giunto alla conclusione che mio marito  morto. Cos,
grazie a questo sogno, tutti si sono convinti che mio marito, incapace
di morire da ormai quattro anni,  effettivamente morto, ma
la sua morte  stata presa talmente sul serio da venire addirittura
annunciata.  allora che i bambini hanno capito di essere rimasti
orfani e si sono intristiti.
Tu non sogni mai?, chiesi a Sevket.
S, - disse sorridendo. - Mio padre non ritorna, e alla fine mi
sposo io con te.
Il suo naso sottile, gli occhi neri, le spalle larghe non somigliano
a quelli di suo padre ma ai miei. A volte mi dispiace non aver
potuto dare la fronte spaziosa e alta di mio marito a tutti e due i
miei figli.
Su, vai a giocare al duello con tuo fratello.
Con la vecchia spada di pap?
S.
Guardai a lungo il soffitto ascoltando i rumori della spada e
quelli dei bambini sul legno, cercando di vincere la paura e l'agitazione
che mi crescevano dentro. Scesi in cucina e dissi a
Hayriye:v
 un bel po' che mio padre ha voglia di mangiare una zuppa
di pesce. Forse ti mander a Kadirga. Tira fuori quella gelatina di
frutta che piace tanto a Sevket e dalla ai bambini.
Mentre Sevket mangiucchiava in cucina, io e Orhan salimmo
di sopra. Lo presi in braccio, gli baciai il collo.
Sei sudato, - dissi. - Che hai qui?
Sevket mi ha colpito con la spada rossa dello zio.
Ma  livido, - dissi, toccandolo. - Ti fa male? Che disgraziato,
Sevket. Ascoltami. Tu sei molto intelligente, sei acuto. Ti chieder
una cosa. Se lo fai, ti dir un segreto che non direi a nessuno,
neanche a Sevket.
Cosa?
Vedi questo foglio? Vai vicino al nonno. Senza farglielo vedere,
dallo a Nero. Hai capito?
Ho capito.
Lo farai?
Che segreto mi dirai?
Tu intanto portalo, dissi. Lo baciai un'altra volta sul collo
che profumava di muschio. Dico muschio per modo di dire.  da
parecchio che Hayriye non porta i bambini all'hamam. Non ci sono
pi andati da quando Sevket, vedendo le donne, ha avuto un'erezione.
Poi ti dico il segreto. - Lo baciai. - Sei molto intelligente,
sei molto bello. Sevket  capriccioso. Lui alzerebbe le mani
anche su sua madre.
Non lo porter. Ho paura di Nero Effendi. Ha ucciso mio
padre.
Te l'ha detto Sevket? - domandai. - Vai subito gi a
chiamarlo.
Vedendo quanto ero arrabbiata scese impaurito dalle mie braccia
e corse via. Forse era anche contento che alla fine avrebbe pagato
suo fratello. Dopo un po' arrivarono tutti e due rossi in viso.
Sevket aveva in una mano la gelatina, nell'altra la spada.
Hai detto a tuo fratello che Nero Effendi ha ucciso vostro padre, -
dissi. - Non voglio pi sentire niente del genere in questa
casa. Vorrete bene a Nero Effendi, lo rispetterete. Avete capito?
Non potete passare tutta la vita senza un padre.
Io non lo voglio. Io torno a casa nostra, da zio Hasan, e aspetto
mio padre l, disse quell'insolente di Sevket.
Mi arrabbiai talmente tanto che gli diedi uno schiaffo. Non
aveva ancora lasciato la spada, gli cadde di mano.
Voglio mio padre, piagnucol.
Ma io piangevo pi di lui.
Vostro padre non c' pi e non torner, - dissi piangendo. -
Siete rimasti senza un padre, avete capito, piccole pesti? Piansi
cos tanto che ebbi paura di farmi sentire.
Noi non siamo delle pesti, disse Sevket in lacrime. Continuammo
a piangere a dirotto. Dopo un po', il pianto mi aveva intenerito
il cuore e mi aveva resa pi buona. Sempre tra le lacrime,
io e i bambini ci abbracciammo e ci sdraiammo sul materasso.
Sevket mi aveva appoggiato la testa tra i seni. A volte, quando mi
si stringe cos, sento che in realt non dorme. Io avrei dormito con
loro, ma la mia mente era al piano di sotto. Si sentiva un dolce profumo
di arancia amara cotta. All'improvviso sobbalzai rumorosamente
ed i bambini si svegliarono:
Scendete e dite a Hayriye di darvi da mangiare.
Rimasi sola nella stanza. Aveva cominciato a nevicare. Pregai
Allah di aiutarmi. Poi aprii il Corano e, nella Sura della famiglia di
Imran, lessi che coloro che vengono uccisi in guerra per amore di
Allah vanno accanto a Lui, e fui tranquilla per mio marito buonanima.
Mio padre aveva fatto vedere a Nero il ritratto incompiuto
del Nostro Sultano? Chi l'aveva guardato diceva che sembrava cos
vero da far paura e distoglieva lo sguardo, come chi cerca di guardare
il sultano negli occhi e non ci riesce.
Chiamai Orhan, lo baciai a lungo sulla testa e sulle guance senza
prenderlo in braccio. Adesso, senza aver paura e senza farti
assolutamente vedere da tuo nonno, vai subito a dare questo foglio
a Nero. Hai capito?
Mi balla un dente.
Quando torni, se vuoi te lo tolgo, - dissi. - Vagli vicino, se
ne stupir e ti abbraccer. Poi con delicatezza gli metti il foglio in
mano. Hai capito?
Ho paura.
Non c' niente di cui aver paura. Sai chi vuole essere tuo padre
se non lo diventa Nero? Zio Hasan! Vuoi che zio Hasan diventi
tuo padre?
Non voglio.
Allora, vai, mio Orhan bello e intelligente, - dissi. - Guarda
che tra un po' mi arrabbio... E mi arrabbio anche se piangi.
Infilai la lettera ben piegata nella piccola mano che disperato e
ubbidiente mi porse. Dio mio, aiutami tu, che questi orfani non
rimangano soli. Lo presi per mano e lo accompagnai alla porta. Sulla
soglia mi guard spaventato per un'ultima volta.
Tornai al mio angolo e, dallo spioncino, lo vidi passare per l'anticamera
con passo incerto; si avvicin a mio padre ed a Nero, si
ferm, rimase l per un attimo, come fosse indifeso, mi cerc dietro
di s e lanci uno sguardo allo spioncino. Si mise a piangere.
Infine, con uno sforzo, riusc a gettarsi tra le braccia di Nero.
Nero era lucido - era per questo che meritava di diventare il padre
dei miei figli - e non capendo perch mai Orhan piangesse non si
scompose e gli frug in mano.
Appena Orhan torn indietro sotto lo sguardo meravigliato di
mio padre, corsi ad abbracciarlo, lo baciai a lungo, lo portai al piano
di sotto, in cucina, gli riempii la bocca di quell'uva sultanina
che gli piace tanto e dissi:
Hayriye, vai con i bambini al porto di Kadirga, da Kosta, e
compra un cefalo per cucinare la zuppa a mio padre. Tieni queste
venti ake e con il resto, al ritorno, prendete fichi e amarene secche,
piacciono tanto a Orhan. E per Sevket compra ceci tostati e
dolci all'uvetta e alle noci. Portali dove vogliono loro fino all'ora della
preghiera della sera, ma fa' attenzione che non prendano freddo.
Una volta che furono vestiti e uscirono, il silenzio della casa mi
fece piacere. Salii al piano di sopra, tirai fuori lo specchio che avevo
nascosto in mezzo alle federe profumate di lavanda, l'aveva fatto
mio suocero e me l'aveva regalato mio marito, lo appesi. Mi ci
specchiai, se guardavo da lontano e mi muovevo un po', a pezzi,
riuscivo a vedermi tutta. Il panciotto rosso mi stava bene, ma sotto
volevo indossare la camicia viola, parte della dote di mia madre.
Dalla cassapanca tirai fuori anche la giacca di lana color pistacchio
ricamata a fiori da mia nonna e la indossai, ma non mi donava.
Mentre infilavo la camicia viola sentii freddo, rabbrividii, e con me
trem lievemente anche la fiamma della candela. Naturalmente,
pensai di mettere sopra il mantello scarlatto foderato di pelliccia di
volpe, ma all'ultimo momento cambiai idea e, in silenzio, passai per
l'anticamera per prendere dalla cassapanca l'ampio mantello di lana
celeste che mi aveva lasciato mia madre. In quel momento, udii
delle voci attraverso la porta e mi agitai. Nero se ne va! Tolsi subito
il vecchio mantello di mia madre, indossai quello scarlatto con
la pelliccia. Mi stringeva sul seno, ma mi piaceva di pi. Mi coprii
bene la testa, mi calai bene sul viso il velo di lino.
Certamente Nero Effendi non era ancora andato via, mi ero
sbagliata per l'agitazione. Se uscissi adesso, potrei dire a mio padre
che vado a comprare il pesce con i bambini. Scesi le scale silenziosa
come un gatto.
Chiusi la porta - tic - come uno spirito. Attraversai il cortile
in silenzio, una volta in strada mi fermai un attimo e, con il velo
davanti, guardai indietro, sembrava che non fosse casa nostra.
Per strada non c'era nessuno, neanche un gatto. Aveva appena
iniziato a nevicare lievemente. Entrai rabbrividendo in quel
giardino abbandonato dove non arriva mai il sole. C'era puzza di
foglie marce, umidit e morte, ma appena dentro la casa dell'ebreo
impiccato, mi sentii a casa. Dicono che qui, di notte, si diano convegno
i ginn, accendono il focolare e fanno baldoria. Ascoltare i
miei passi in quella casa vuota mi fece paura. Attesi immobile. In
giardino qualcosa si mosse, ma subito ritorn il silenzio. L vicino
udii un cane abbaiare. Riconosco tutti i cani del nostro quartiere
da come abbaiano, ma quello non riuscii a identificarlo.
Nel silenzio che segu mi parve che nella casa ci fosse qualcun
altro, e rimasi l, immobile per non far sentire i miei passi. Per strada
pass qualcuno che chiacchierava. Pensai a Hayriye e ai bambini,
speravo che non prendessero freddo. Pian piano iniziai a pentirmi
di quel che stavo facendo. Nero non sarebbe venuto, mi ero
sbagliata, dovevo tornare a casa prima di compromettere ulteriormente
il mio onore. Ero terrorizzata, immaginavo che Hasan mi
vedesse, quando udii un fruscio nel giardino. La porta si apr.
All'improvviso, velocemente, mi spostai. Non sapevo perch,
ma una volta lasciatami sulla destra la finestra che prendeva luce
dal giardino capii che Nero mi poteva vedere, nella luce che si rifletteva
sopra di me, in mezzo al mistero delle ombre, come avrebbe
detto mio padre. Mi coprii il viso con il velo e restai ad aspettare
ascoltando i passi.
Nero attravers la soglia, mi vide, fece ancora qualche passo e
si ferm. Tra di noi, adesso, c'erano cinque o sei passi, ci guardammo.
Era pi prestante e pi forte che dallo spioncino. Rimanemmo
in silenzio.
Togliti il velo, - disse come se bisbigliasse. - Ti prego.
Sono sposata. Aspetto mio marito.
Togliti il velo, - ripet con lo stesso tono. - Lui non torner
pi.
Mi hai chiamata qui per dirmi questo?
No, per vederti. Sono dodici anni che penso a te. Togliti il
velo, tesoro mio, lsciati vedere almeno una volta.
Mi tolsi il velo. Mi piaceva farmi guardare negli occhi, a lungo,
senza dire nulla.
Il matrimonio e i figli ti hanno resa ancora pi bella. Il tuo viso
 molto diverso da come lo ricordavo.
Come mi ricordavi?
Con dolore. Perch, quando ti ricordavo, pensavo che la donna
che ricordavo non fossi tu, ma un'immagine. Rammenti che
quando eravamo piccoli parlavamo di Cosroe e Sirin che s'innamorarono
guardando i propri ritratti? Perch Sirin non si innamorava
di Cosroe, subito, appena ne vedeva il ritratto appeso al
ramo dell'albero? Aveva dovuto guardarlo tre volte per innamorarsene.
Tu dicevi che nelle favole tutto accadeva tre volte. E io
dicevo che l'amore doveva nascere al primo ritratto. Ma chi poteva
disegnare un ritratto di Cosroe tanto vero da far innamorare e
tanto preciso da farlo riconoscere? Di questo non parlavamo mai.
In questi dodici anni, se avessi avuto un ritratto vero del tuo viso
meraviglioso, forse non avrei sofferto cos tanto.
Disse molte cose belle sull'amore che nasce guardando un ritratto
e su quanto aveva sofferto per me. Nel frattempo, mi accorgevo
che, passo passo, mi si stava avvicinando, e non riuscivo a tenere
in mente quello che diceva parola per parola, i suoi discorsi si
mescolavano ai miei ricordi. In sguito, avrei ripensato a ogni sua
parola. Allora, dentro di me sentivo solo la magia di quello che diceva
e che mi legava a lui. Mi sentii in colpa per averlo fatto soffrire
per dodici anni. Come era buono, come parlava bene questo
Nero! Come un bambino innocente! Glielo leggevo negli occhi. Il
fatto che mi amasse cos tanto mi dava fiducia.
Ci abbracciammo. E mi piacque talmente che non mi sentii pi
in colpa. Era una sensazione pi dolce del miele, mi persi. Lo abbracciai
pi forte. Gli permisi di baciarmi, lo baciai anch'io. E
mentre ci baciavamo, sembrava che il mondo intero fosse immerso
in una dolce oscurit. Avrei voluto che tutti si abbracciassero
come noi. Mi sembrava di ricordare che amare fosse qualcosa di
simile. Mi infil la lingua in bocca. Ero cos felice, mi sembrava
che il mondo, insieme a noi, si immergesse in una bont luminosa
e non potevo pensare a nulla di male.
Se questa mia povera storia un giorno verr raccontata in un libro
e disegnata dai leggendari maestri di Herat, vi dir come illustrare
il mio abbraccio con Nero. Ci sono alcune pagine meravigliose
che mi ha mostrato mio padre: il fluire della scrittura e lo
stormire delle foglie hanno la stessa vivacit; le decorazioni dei muri
e la doratura della pagina hanno la stessa trama; l'agitazione della
rondine che buca cornice e doratura con l'ala  la stessa di quella
degli amanti. Gli amanti che si guardano da lontano e si rimproverano
con parole piene di significato, in questi disegni sono talmente
piccoli e si vedono cos da lontano che, chi li guarda, per un attimo,
pensa che la storia non parli di loro ma del magnifico palazzo
e del cortile dove si incontrano, del giardino le cui foglie sono
state disegnate con amore una ad una, della volta stellata che li illumina
e degli alberi scuri. Ma chi guarda attentamente questi disegni
e si concentra sull'ordine nascosto dei colori, che il miniaturista
pu ottenere solo con sincera rassegnazione, e sulla luce che
emana da tutto il disegno, capir subito che il segreto di questi disegni
 che sono stati creati con la medesima materia dell'amore
che rappresentano. Come se, dal profondo, vi filtrasse la luce dell'amore
disegnato. Quando Nero e io ci abbracciammo, credetemi,
sembrava che in tutto il mondo si propagasse quella stessa bont.
Ho abbastanza esperienza di vita per capire che una bont del
genere non pu durare a lungo. Prima, Nero accarezz dolcemente
i miei grandi seni. Mi piacque talmente che, dimenticando tutto,
volli che mi succhiasse i capezzoli. Ma non lo fece, anche lui
non era sicuro di quello che faceva. Sembrava non sapesse cosa fare,
ma voleva pi di quello che faceva. E cos, mentre continuavamo
ad abbracciarci, si insinuarono tra noi paura e vergogna.
Quando mi prese per i fianchi e mi appoggi sul ventre il suo grande
coso duro, all'inizio mi piacque. Ero curiosa e non mi vergognavo,
se lo abbracci cos  chiaro che si arriva a questo punto, mi
dissi orgogliosa. E quando lo tir fuori, girai la testa dall'altra parte,
ma non riuscii a distogliere lo sguardo e, di fronte alle dimensioni
del suo coso, sgranai gli occhi.
Molto dopo, quando mi chiese di fare cose che non farebbero
subito neanche le donne kipciache o quelle svergognate che raccontano
storielle all'hamam, esitai stupita e indecisa.
Non arrabbiarti, tesoro mio, mi supplic.
Mi alzai in piedi e lo spinsi via e, senza assolutamente badare
al fatto che si sarebbe offeso, cominciai a urlare.
...
Capitolo ventisettesimo. Il mio nome  Nero.

Secondo Sekre che, nell'oscurit della casa dell'ebreo impiccato,
mi gridava infuriata aggrottando le belle sopracciglia, io avrei
potuto tranquillamente mettere la meraviglia che tenevo in mano
nella bocca delle ragazze circasse incontrate a Tiblisi, delle meretrici
kipciache, delle povere spose vendute nei caravanserragli, delle
vedove turkmene e persiane, di una qualunque delle puttane di
Istanbul, che sono sempre pi numerose, di quelle poco di buono
delle donne di Mingerya, delle civette abkhaze ed armene, delle megere
ebree, delle streghe genovesi e siriache, degli attori bisessuali
e dei ragazzini insaziabili, ma non nella sua. Stando alle fantasie ed
alle parole di Sekre, si vede, avevo perso il senso della misura andando
a letto con ogni tipo di infima prostituta da quattro soldi nei
vicoli delle piccole ed afose citt d'Arabia, navigando sulle sponde
del Mar Caspio, viaggiando dalla Persia a Baghdad, e avevo dimenticato
che ci sono donne con una loro dignit. Tutto questo significava
che anche le mie parole d'amore non erano sincere.
Ascoltavo con rispetto le colorite parole della mia amata, parole
che avevano fatto impallidire l'arma del delitto che tenevo in mano,
mi vergognavo della sconfitta, ma due cose mi rendevano felice:
1. Spesso, in casi simili, con altre donne mi ero comportato in
modo animalesco, ma non avevo neanche tentato di rispondere alla
rabbia e alle parole di Sekre, con altrettanta rabbia e parole altrettanto
colorite; 2. Capivo che Sekre sapeva molto dei miei viaggi
e questo voleva dire che mi pensava pi di quanto immaginassi.
Sekre, vedendomi triste per non aver soddisfatto il mio desiderio,
aveva gi cominciato a rattristarsi per me.
Se mi amassi veramente, di amore vero, - disse quasi per farsi
perdonare, - da uomo per bene, ti saresti controllato e non avresti
cercato di ferire l'orgoglio della donna per la quale nutri intenzioni
serie. Non sei l'unico che insiste per sposarmi. Ti ha visto
venire qui qualcuno?
No.
Volt il suo dolce viso che non riuscivo a ricordare da dodici
anni verso la porta, come se ci fosse qualcuno che camminava nel
giardino buio coperto di neve, e cos mi concesse il piacere di vederne
il profilo. Quando improvvisamente si ud uno scricchiolio,
rimanemmo tutti e due zitti ad aspettare, ma dalla porta non entr
nessuno. Adesso ricordo che Sekre, che anche a dodici anni
sapeva molte pi cose di me, spesso mi provocava una sensazione
di inquietudine.
Qui si aggira lo spirito dell'ebreo impiccato, disse.
Ci vieni mai?
Ginn, streghe, spettri... Vengono col vento, entrano negli oggetti,
parlano dal silenzio. Tutto parla. Non c' bisogno di venire
qui. Li sento.
Sevket mi ha portato qui per farmi vedere un gatto morto, ma
non c'era.
Gli hai detto di aver ucciso suo padre.
Non l'ho detto affatto. Ha capito cos? Avrei voluto essere
io suo padre, non ucciderlo.
Perch gli hai detto di aver ucciso suo padre?
Mi ha chiesto se avevo mai ucciso qualcuno. Gli ho detto la
verit, che ho ucciso due persone.
Per vantarti?
Per vantarmi e per conquistare il figlio della donna che amo.
Perch ho capito che la madre, a casa, consola quei piccoli banditi
mostrando loro quello che il padre ha riportato dalla guerra e
magnificandolo.
Vantati allora! Loro non ti amano affatto.
Sevket non mi ama, ma Orhan s, - dissi con l'orgoglio di aver
colto in fallo la mia amata. - Ma io far da padre a entrambi.
Per un attimo, nella penombra, tra di noi pass l'ombra di qualcosa
che non c'era, rabbrividimmo. Quando mi ripresi, Sekre
piangeva a piccoli singhiozzi.
Il mio povero marito ha un fratello, Hasan. Mentre aspettavo
il ritorno di mio marito, per due anni abbiamo vissuto nella stessa
casa, con lui e mio suocero. S  innamorato di me. Adesso si 
insospettito di qualcosa e si  infuriato, immaginando che io sposi
qualcuno, forse te. Mi ha scritto, mi vuole riportare a casa con
la forza. Visto che agli occhi del cad non sono vedova, dicono che,
in nome di mio marito, mi riporteranno in quella casa con la forza.
Possono arrivare da un momento all'altro. Mio padre non vuole
che io diventi vedova per decisione del cad, perch crede che
se divorziassi troverei un nuovo marito e lo abbandonerei. Il mio
ritorno con i bambini, da quando  rimasto solo dopo la morte di
mia madre, l'ha reso molto felice. Verresti ad abitare con noi?
Come?
Se ci sposiamo, abiteresti con mio padre, con noi?
Non lo so.
Pensaci in fretta. Non avrai molto tempo, credimi. Mio padre
intuisce che sta per capitare qualcosa di male, e ha ragione. Se
Hasan e i suoi uomini fanno un'incursione a casa nostra con i giannizzeri
e portano mio padre dal cad, diresti di aver visto il cadavere
di mio marito? Tu vieni dalla Persia, ti crederebbero.
S, lo direi, ma non l'ho ucciso io.
Va bene. Per farmi dichiarare vedova, insieme a un altro testimone,
diresti al cad di aver visto il cadavere sanguinante di mio
marito in un campo di battaglia in Persia?
Non l'ho visto, tesoro mio, ma per te lo direi.
Vuoi bene ai miei figli?
S, voglio bene ai tuoi figli.
Cosa ami in loro, dimmelo.
Di Sevket amo la forza, la decisione, l'onest, l'intelligenza e
l'ostinazione, - risposi. - Di Orhan, il suo essere piccolo e fragile,
e l'intelligenza. Amo il fatto che siano figli tuoi.
Un po' sorrise e un po' pianse, la mia amata dagli occhi neri.
Con la calcolata agitazione di chi vuole concludere molte cose in
poco tempo, cambi subito argomento:
Il libro che mio padre sta facendo fare dev'essere finito e consegnato
al Nostro Sultano. La sfortuna che ci circonda  causata
da questo libro.
Che altra diavoleria c' oltre all'uccisione di Raffinato
Effendi?
La domanda non le piacque. Cercando di sembrare sincera, ma
senza sembrarlo, rispose:
I sostenitori di Maestro Nusret di Erzurum spargono la voce
che il libro di mio padre  sacrilego, pieno di cose europee. I miniaturisti
che vanno e vengono da casa nostra, e che sono gelosi
l'uno dell'altro, stanno forse combinando qualcosa? Tu sei uno di
loro, dovresti saperlo!
Il fratello di tuo marito buonanima, - chiesi, - ha qualcosa a
che fare con questi miniaturisti, con il libro di tuo padre, con i sostenitori
di Maestro Nusret, o  uno che si fa i fatti suoi?
No, niente a che fare, anche se Hasan non  un tipo che si fa
i fatti suoi, disse.
Ci fu un silenzio misterioso e strano.
Quando abitavi nella stessa casa con Hasan, ti coprivi?
Per quanto si possa in una casa di due stanze.
Proprio in quel momento, non molto lontano, un paio di cani
cominciarono ad abbaiare agitati.
Non riuscii a chiederle, perch tuo marito, che ha fatto tante
guerre, che ha avuto le sue vittorie, le sue propriet, ti ha costretta
a vivere con il fratello in una casa di due stanze, ma, spaventato e
imbarazzato, domandai all'amore della mia infanzia: Perch lo
hai sposato?
Sicuramente mi avrebbero fatto sposare con qualcuno, disse.
Era vero, e, senza elogiare il marito per non offendermi, spieg
in modo breve ed intelligente perch l'avesse sposato: Tu te ne sei
andato e non sei tornato. Forse offendersi  un segno d'amore, ma
l'innamorato offeso  noioso e senza un futuro. Era vero, ma non
era quello il motivo per cui aveva sposato quel bandito di suo marito.
Dal suo sguardo furbo non era difficile indovinare che Sekre,
come tutti, mi aveva dimenticato poco dopo la mia partenza da
Istanbul. Pensai che avesse inventato quest'enorme bugia per consolare
un po' il mio cuore infranto e che fosse un segno di buone
intenzioni da accogliere con gratitudine, e cominciai a raccontarle
di come, durante i miei viaggi, avessi sempre pensato a lei, di
come la sua immagine mi tornasse a far visita tutte le notti, come
un fantasma. Questi erano i dolori miei pi segreti e profondi,
pensavo che non li avrei mai potuti raccontare a nessuno; erano totalmente
veri, ma non erano affatto sinceri come notai improvvisamente
con stupore.
A questo punto, per rendere comprensibili i miei sentimenti e
i miei desideri di quel momento, devo affrontare una differenza
significativa di cui mi accorgevo per la prima volta nella vita, il fatto
che, a volte, esprimere la realt cos come  ci spinge a non essere
sinceri. L'esempio migliore viene forse dai miniaturisti, uno
di loro  diventato un assassino e ci tormenta. Anche il disegno
pi perfetto - per esempio quello di un cavallo - sebbene rappresenti
un cavallo vero, un cavallo che Allah ha progettato minuziosamente,
anche un cavallo disegnato da un grande maestro, pu
non corrispondere, in quel momento, ai sentimenti sinceri del miniaturista.
La sincerit del miniaturista o di noi esseri umani umili
servitori di Allah, non si rivela nei momenti di perfezione e destrezza,
ma al contrario in un momento di lapsus, errore, indisposizione
e patetica debolezza. Lo dico per le signore che sono rimaste
deluse capendo che il grande desiderio che provavo per Sekre in
quel momento, come ha avvertito anche lei, non era affatto diverso
dal desiderio che avevo provato nel corso dei miei viaggi,
per esempio, per una bella donna di Kazvin dal volto sottile e color
del rame e dalla bocca viola. La mia Sekre, con la sua profonda
conoscenza della vita e la sua perspicacia, dono di Allah, capiva
che per dodici anni avevo sofferto le pene d'amore per lei, paragonabili
a vere torture cinesi, ma capiva anche il mio comportamento
da meschino lussurioso desideroso solo di saziare in fretta e furia
il suo sordido appetito, dopo dodici anni, appena rimasto solo
con lei. Nizami paragona la bocca di Sirin, la bella delle belle, a
una tazza piena di perle.
Quando i cani zelanti cominciarono di nuovo ad abbaiare con
tutta la loro forza, Sekre, inquieta, disse: Andiamo via. In quel
momento, anche se non era ancora sera, ci accorgemmo che la casa
dello Spettro Ebreo era diventata molto buia. Il mio corpo si
mosse da solo per abbracciarla, ma lei come un passero che saltella
- opl - cambi posto.
Sono ancora bella? Dimmelo in fretta.
Le dissi di s, mi ascolt credendo e partecipando alle mie
parole.
Come sono vestita?
Glielo raccontai.
Profumo?
Naturalmente anche Sekre sapeva che ci che Nizami chiama
il gioco degli scacchi in amore non si fa con giochi letterari del genere,
ma con comportamenti dell'anima che avvengono in segreto
tra gli innamorati.
Quanto guadagni adesso? - mi chiese. - Riuscirai a mantenere
gli orfani?
Parlando del mio lavoro di rappresentante dell'Impero per pi
di dodici anni, della grande esperienza acquisita con le guerre, dei
cadaveri che avevo visto e del mio splendido futuro, la abbracciai.
Quanto  stato bello abbracciarsi prima, - disse. - Adesso invece
ha perso la sua prima magia.
Per dimostrarle la mia sincerit, la abbracciai pi forte e le chiesi
perch mi avesse rimandato con Esther il disegno che avevo fatto
dodici anni prima, dopo averlo conservato tanto a lungo.
Quando le lessi negli occhi che si meravigliava della mia stupidit e
provava affetto per me, ci baciammo. Questa volta non mi sentii
dominato dalla lussuria ma piuttosto scosso da un amore forte che
batteva le ali come un'aquila e penetrava nel cuore, nel petto, nello
stomaco, ovunque, in tutti e due. Far l'amore non  forse il miglior
modo per placare l'amore?
Mentre le toccavo i grandi seni, Sekre mi respinse con maggiore
decisione e dolcezza. Non ero un uomo maturo che potesse
mandare avanti un matrimonio tranquillo con una donna ancora
vergine. Non avevo esperienza, avevo la testa fra le nuvole, avevo
dimenticato che la gatta frettolosa fa i gattini ciechi, non sapevo
che un matrimonio felice richiede prima di tutto pazienza e
sofferenza. Si era sciolta dal mio abbraccio, aveva rimesso il velo
di lino e andava verso la porta. Quando dalla porta aperta vidi la
neve scendere sulle strade buie, dimenticai che avevamo sempre
parlato sussurrando - forse per non disturbare l'anima dell'ebreo
impiccato - e alzai la voce.
Cosa faremo d'ora in poi?
Non lo so, rispose, ligia alle regole del gioco degli scacchi in
amore, e and via silenziosa lasciando nel vecchio giardino le belle
impronte dei suoi piedi che la neve, veloce, copriva.
...
Capitolo ventottesimo. Di me diranno che sono un assassino.

Sono sicuro che sia capitato anche a voi. Quando cammino zigzagando
per le infinite strade di Istanbul, quando mangio un po'
di zucchine stufate o strizzo gli occhi e guardo attentamente le curve
di una decorazione con sottili motivi di foglie, all'improvviso
mi sembra che tutto questo sia gi accaduto. Mentre cammino per
strada sulla neve, mi viene da dire che ho gi camminato per quella
strada sulla neve.
Le cose straordinarie che sto per raccontarvi sono accadute nel
presente che conosciamo tutti, cos come nel passato. Era pomeriggio,
calava il buio, nevicava appena e io camminavo nella via di
Zio Effendi.
Diversamente da altre volte, ero venuto qui sapendo cosa volevo,
ero deciso. Mentre la mia mente era altrove e pensavo ad altro,
come accade in certe notti - i libri di Herat con le decorazioni
a motivi solari ma senza doratura, eredit dei tempi di Tamerlano,
la prima volta che dissi a mia madre che avevo preso
settecento ake per un libro, le mie colpe e le mie idiozie - non
ero stato portato in questa via spontaneamente dalle mie gambe.
Quando il grande portone del cortile, che temevo che nessuno
mi aprisse, si apr appena bussai, capii che Allah era di nuovo con
me. Sul selciato lucido dove passavo nelle notti in cui venivo qui
per aggiungere nuovi disegni al libro di Zio Effendi, non c'era nessuno.
A destra il secchio del pozzo, sopra un passero che non sembrava
assolutamente soffrire il freddo, pi in l il focolare, chiss
perch non era acceso anche se era sera, a sinistra la stalla dove venivano
legati i cavalli degli ospiti, tutto era al suo posto. Entrai
dalla porta aperta vicino alla stalla e salii di sopra battendo i piedi
- tap tap - sulle scale di legno e tossendo.
Non ci fu risposta ai miei colpi di tosse. E neanche al rumore
di quando mi tolsi le scarpe infangate e le lasciai accanto alle altre
allineate vicino alla porta. Come sempre, guardai se c'era il paio
di scarpe verdi e eleganti che immaginavo appartenessero a Sekre,
non le vidi e mi venne in mente che in casa poteva non esserci
nessuno.
Entrai nella prima stanza a destra dove pensavo che dormisse
Sekre abbracciata ai figli. Toccai i materassi, i letti, aprii una cassapanca
nell'angolo e un armadio con le ante leggre come una piuma.
Mentre immaginavo che quel dolce profumo di mandorle fosse
quello della pelle di Sekre, un cuscino pigiato nella parte superiore
dell'armadio che avevo aperto cadde prima sulla mia
stupida testa, poi sulla brocca e infine sui bicchieri di rame che
erano nell'angolo. In genere, quando sentiamo un rumore ci rendiamo
conto che la stanza  buia, ma io mi resi conto soprattutto
che la stanza era fredda.
Hayriye? - chiam Zio Effendi dall'altra stanza, - Sekre?
Chi c'?
Uscii dalla stanza in un batter d'occhio, attraversai l'anticamera
ed entrai nello studio dalla porta azzurra dove nei giorni d'inverno
lavoravamo al libro di Zio Effendi e dissi:
Sono io, Zio Effendi, sono io.
Chi sei?
In quel momento capii che i soprannomi che ci aveva dato Maestro
Osman quando eravamo bambini servivano a Zio Effendi per
prenderci in giro. Pronunciandolo lentamente, gli sillabai il soprannome
del vostro servo misero e peccatore, come direbbe un
calligrafo orgoglioso nel firmare l'ultima pagina di un volume sontuoso,
gli dissi da che cosa derivava e anche il mio vero nome,
insieme a quello di mio padre.
Prima disse: Cosa? - poi esclam: - Ah!
Come il vecchio che, in una favola siriaca che avevo sentito raccontare
da bambino, aveva incontrato la morte, per un brevissimo
e infinito momento rimase in silenzio.
Se adesso, qualcuno di voi, sentendomi parlare di morte, pensa
che sia venuto qui con l'intenzione di fare una cosa del genere,
significa che sta mal interpretando il libro che sta leggendo. Chi
avesse un'intenzione del genere busserebbe alla porta, si toglierebbe
le scarpe, verrebbe senza coltello?
Ah, sei venuto? - ripet come il vecchio della favola. Ma poi assunse
tutt'altra aria. - Benvenuto, figliolo. Dimmi, cosa desderi?
Ormai era completamente buio. Dalla superficie incerata della
piccola finestra che, quando viene aperta in primavera, d sui
platani e i melograni, entrava abbastanza luce da distinguere le forme
dell'interno, una luce che piacerebbe ai pittori cinesi. Non vedevo
completamente il volto di Zio Effendi seduto davanti a un
leggio, nel solito angolo illuminato da sinistra e, in preda all'ansia,
cercavo la sicurezza di quando disegnavo e parlavo di miniatura
con lui fino all'alba, qui, alla luce delle candele, in mezzo a pennelli,
calamai, penne e sigilli.
Forse avrete sentito parlare anche voi del grande artista Maestro
Muhammed di Isfahan. Nessun miniaturista gli era pari nella scelta
dei colori, nella composizione della pagina, nel disegnare uomini,
animali e volti, nel sistemare con entusiasmo nella poesia del disegno
la segreta logica della geometria. Diventato maestro ancora in
giovane et, questo artista dalle mani miracolose, per ben trent'anni
fu il miniaturista pi coraggioso e intraprendente dei suoi tempi
per la scelta dei soggetti, per creativit e stile. Abile ed equilibrato,
con i suoi disegni a penna, aveva aggiunto ai diabolici disegni fini e
delicati di Herat, demoni terrificanti, ginn con le corna, cavalli con
enormi testicoli, creature met uomini e met mostri, giganti, ginn
arrivati dalla Cina con i mongoli, ed era stato il primo a interessarsi
e a farsi influenzare dai ritratti che arrivavano con le navi provenienti
dal Portogallo e dall'Olanda. Era stato lui a riscoprire in vecchi
libri quasi a pezzi gli antichi metodi ormai dimenticati che risalivano
ai tempi di Gengis Khan e a farne uso. Prima di chiunque
altro, aveva avuto il coraggio di disegnare Alessandro il Grande mentre
guardava di nascosto le bellezze nude che nuotavano nell'isola
delle donne, o argomenti eccitanti come Sirin che si bagna alla luce
della luna. Aveva disegnato e fatto accettare all'ambiente dei miniaturisti
immagini come quella del Nostro Profeta Maometto che
vola con il suo cavallo Burak, di sci che si grattano, di cani che si
accoppiano, di dervisci ubriachi di vino. Per trent'anni, laborioso
ed entusiasta, aveva disegnato bevendo vino e fumando oppio. Poi,
in vecchiaia, era diventato discepolo di un derviscio fanatico e, in
breve, era cambiato completamente, giungendo alla conclusione che
tutti i suoi disegni precedenti erano atei e contro la religione e li aveva
rinnegati. Aveva quindi dedicato i suoi ultimi trent'anni di vita
a girare di citt in citt, di palazzo in palazzo, di biblioteca in
biblioteca, per cercare ed eliminare dai tesori e dalle biblioteche di
sci e sultani i libri che aveva illustrato. Quando, nella biblioteca di
uno sci, trovava un suo disegno di molti anni prima, faceva di tutto
per distruggerlo, e se non ci riusciva con le buone ci provava con
l'inganno; in un momento in cui nessuno lo vedeva, strappava la pagina
con il disegno, o, appena trovava l'occasione, versava dell'acqua
sul suo capolavoro, rovinandolo irreparabilmente. Avevo raccontato
questa storia in quanto esemplare dei dolori del miniaturista
che, senza rendersene conto, si fa corrompere dall'arte del disegno
abbandonando la fede. Era per questo motivo che gli ricordai di
quando Maestro Muhammed aveva bruciato l'enorme biblioteca del
Principe Abbas Mirza, il governatore di Kazvin, solo perch conteneva
centinaia di libri con alcuni suoi disegni che non riusciva a distinguere
dagli altri. Esagerando, raccontai come se l'avessi provata
di persona la morte del miniaturista bruciato vivo, tra dolori e
pentimenti, durante il terribile incendio.
Figliolo, hai forse paura dei disegni che abbiamo fatto?, mi
disse affettuosamente Zio Effendi.
La stanza era cos buia che non si vedeva nulla, ma immaginai
che me l'avesse domandato sorridendo.
Ormai non ci sono pi segreti sul nostro libro, - dissi. - Forse
non  importante. Ma le voci circolano. Voci che noi bestemmiamo
implicitamente contro la nostra religione. Voci che non stiamo
facendo preparare il libro che il Nostro Sultano desidera e attende,
ma un libro di nostro gusto che, anzi, si fa beffe del Nostro
Sultano, incoraggia l'ateismo ed  contro la religione, imita i maestri
infedeli. C' chi sostiene che nel nostro libro perfino Satana
risulti simpatico. Dicono che guardiamo con la prospettiva di un
lurido cane di strada, e che - con la scusa che la moschea  sullo
sfondo - disegniamo un tafano e una moschea della stessa grandezza,
bestemmiando cos contro la nostra religione e prendendo
in giro i credenti che vanno in moschea. Di notte, pensando a tutto
questo, non riesco a dormire.
I disegni li abbiamo fatti insieme, - disse Zio Effendi. - Abbiamo
fatto cose del genere, ci sono forse passate per la testa?
Allah non voglia! - risposi con enfasi. - Non so dove l'abbiano
sentito, ma dicono che c' un ultimo disegno che contiene
un'esplicita bestemmia e non solo implicito ateismo.
Tu hai visto l'ultimo disegno.
Ho fatto i disegni che volevate nei diversi angoli che mi avete
indicato su un grande foglio per un disegno di due pagine, - dissi
con un'attenzione ed una precisione che Zio Effendi avrebbe apprezzato.
- Ma non ho visto il disegno completo. Se l'avessi visto,
avrei avuto la coscienza pi pulita mentre smentivo tutte queste
schifose calunnie.
Perch ti senti in colpa? - mi chiese. - Cos' che ti rode l'anima?
Chi  che ti ha fatto sospettare di te stesso?
Sospettare che un libro che si  disegnato felicemente per mesi
attacchi le cose sacre in cui si crede  come vivere le torture dell'inferno.
Se solo potessi vedere quel disegno completo.
 questo il tuo problema? Sei venuto qui per questo?
All'improvviso mi agitai. Avrebbe potuto pensare qualcosa di
orribile, che ero stato io a uccidere il povero Raffinato Effendi?
Coloro che vogliono deporre dal trono il Nostro Sultano e far
salire al suo posto il principe ereditario contribuiscono a queste calunnie
e spargono la voce che il Nostro Sultano sostenga segretamente
questo libro, dissi.
Quanti gli danno retta? - chiese con aria stanca e annoiata.
- Un predicatore ambizioso che attira l'interesse della gente,
comincia a dire che la religione  in pericolo.  la fonte pi sicura di
guadagno.
Chiss, forse pensava che fossi venuto solo per riferirgli queste
dicerie?
Povero Raffinato Effendi buonanima, - dissi con voce tremante.
- Sembra che siamo stati noi a ucciderlo perch ha visto
quest'ultimo disegno completo e ha pensato che fosse una bestemmia
contro la nostra religione. Me l'ha detto un capitano dei gendarmi
del laboratorio di miniatura con cui ho una certa confidenza.
Sapete come sono, apprendisti o maestri, spettegolano tutti.
Seguendo questa logica e agitandomi sempre di pi, continuai
a parlargli. Non so quanto di quel che raccontavo l'avevo sentito
o solo immaginato per paura, dopo aver ammazzato quel vile calunniatore,
o lo immaginavo in quel momento, mentre raccontavo.
Dopo aver parlato cos tanto, credevo che Zio Effendi mi facesse
vedere quell'ultimo disegno di due pagine per rincuorarmi.
Perch non riusciva a capire che solo cos potevo liberarmi dalla
paura di essere sprofondato nel peccato?
Nel tentativo di scuoterlo, mi feci coraggio e gli chiesi: Si pu
fare un disegno contro la religione anche senza rendersene conto?
Invece di rispondere, mi fece un gesto molto elegante con la
mano, come se ci fosse un bambino che dormiva nella stanza e mi
volesse avvertire, e io rimasi in silenzio. Si  fatto molto buio, -
bisbigli, - accendiamo la candela.
Quando accese la candela, non mi piacque vedere sul suo viso
un'espressione di orgoglio a cui non ero per niente abituato. O era
forse compassione? Aveva capito tutto e pensava che fossi io il vigliacco
assassino, o aveva forse paura di me? Ricordo che all'improvviso
persi il controllo dei miei pensieri e cominciai a seguirli,
stupito, come se fossero quelli di un altro. Sul tappeto per terra
c'era qualcosa in un angolo, sembrava una figura di lupo, come mai
non me n'ero accorto prima?
La passione di tutti i khan, gli sci e i sultani che hanno amato
la pittura, la miniatura e i bei libri vive tre stagioni, - disse Zio
Effendi. - All'inizio sono coraggiosi, socievoli e curiosi. Vogliono
il disegno perch attira gli sguardi degli altri e perch fa guadagnare
rispetto. In questa stagione imparano, nella seconda stagione
fanno fare i libri che vogliono per il proprio piacere. Una volta
imparato a provare piacere sincero guardando i disegni, godono
della stima di tutti e inoltre, dopo la morte, lasciano dei libri
in questo mondo come eredit. Nell'autunno della loro vita, invece,
nessun sultano si interessa pi di una immortalit che rimarrebbe
in questo mondo. Io comprendo l'immortalit in questo
mondo e il fatto di essere ricordato da altre generazioni, dai nostri
nipoti che vivranno. I sovrani amanti della miniatura hanno
gi ottenuto un'immortalit in questo mondo con i libri che ci hanno
commissionato, in cui ci hanno chiesto di inserire i loro nomi
e, a volte, di scrivere la loro storia. Quando diventano vecchi,
vogliono conquistarsi un buon posto nell'aldil. E sentenziano che il
disegno costituisce un ostacolo. Questo  quel che pi mi rattrista
e mi fa paura. Sci Tahmasp, che era un maestro miniaturista,
trascorse la giovinezza nel suo laboratorio ma, avvicinandosi alla morte,
chiuse il suo meraviglioso laboratorio, allontan i suoi meravigliosi
miniaturisti da Tabriz, distribu i libri che aveva fatto fare
e cadde in una crisi di pentimento. Perch tutti pensano che il disegno
chiuder loro le porte del Paradiso?
Sapete perch? Perch ricordano che il nostro Profeta Maometto
ha detto che nel giorno del giudizio i pittori verranno puniti
da Allah nel modo pi duro.
Non i pittori, - disse Zio Effendi. - Ma gli artisti, coloro che,
come Allah, cercheranno di dare forma alle creature.  un hadit
tramandato da Al Bukhari.
Il giorno del giudizio si chieder all'artista di animare le forme
che ha creato, - dissi con attenzione. - Ma non potendo animarle,
verr punito con le pene dell'inferno. Non dimentichiamo,
non dimentichiamo che "artista" nel Corano  un attributo di Allah.
Nessuno deve tentare di competere con lui. Che i pittori tentino
di fare quello che fa Lui e affermino di essere dei creatori come
Lui  il pi grande dei peccati.
Gli avevo detto queste cose in modo duro, come se anch'io gliene
facessi una colpa. Mi guard negli occhi.
Secondo te  questo che abbiamo fatto noi?
Assolutamente no, - risposi sorridendo. - Ma dicono che il defunto
Raffinato Effendi, quando ha visto tutto dell'ultimo disegno,
abbia cominciato a pensarlo. Pare che dicesse che disegnare secondo
la scienza della prospettiva, avvalersi dei metodi dei maestri europei,
siano perversioni diaboliche. Nell'ultimo disegno, dicono che
abbiamo disegnato il volto di un mortale usando i metodi europei
in modo da creare l'impressione, in coloro che guardano, che fosse
un volto vero e non un disegno, e questo pu far venire voglia di
venerare il disegno come accade nelle chiese. Diceva che la prospettiva
era una perversione diabolica perch portava il disegno dallo
sguardo di Allah a quello di un cane per strada, e poi l'utilizzo
dei metodi dei maestri europei e il confronto tra la nostra sapienza,
le nostre abilit e le abilit e i metodi degli infedeli, ci avrebbe
privato della purezza e ci avrebbe resi loro schiavi.
Non c' nulla di puro, - disse Zio Effendi. - Ogni volta che
nella miniatura o nel disegno si creano meraviglie, ogni volta che in
un laboratorio viene prodotta una qualche bellezza che fa venire
le lacrime agli occhi e i brividi, so che l si sono avvicinate due cose
diverse che unendosi hanno creato una nuova meraviglia.
Abbiamo Behzat e la bellezza di tutto il disegno persiano grazie alla
commistione del disegno arabo con quello mongolo-cinese. I pi
bei disegni di Sci Tahmasp hanno legato lo stile persiano alla sensibilit
turkmena. Se oggi tutti parlano del laboratorio di miniatura
di Ekber Khan in India,  perch ha stimolato i suoi miniaturisti
ad adottare i metodi dei maestri europei. Ad Allah appartengono
l'Oriente e l'Occidente. Allah ci protegga dai desideri di colui
che  puro e non si  mescolato.
Alla luce della candela, il suo viso sembrava dolce e luminoso,
ma la sua ombra riflessa sul muro era buia e spaventosa. Anche se
trovavo razionale e giusto il suo discorso, non riuscivo a credergli.
Pensando che sospettasse di me anch'io sospettavo di lui, e intuivo
che ogni tanto sperava di sentire la porta del cortile ed aspettava
qualcuno che lo salvasse da me.
Mi hai raccontato che, per il rimorso, Maestro Muhammed
di Isfahan diede fuoco a s ed alla gigantesca biblioteca perch conteneva
i disegni che aveva ripudiato, - disse. - E io ti racconter
un altro aneddoto di quella leggenda, che tu non conosci. S, quel
miniaturista pass gli ultimi trent'anni di vita a cercare i suoi disegni.
Ma sfogliando le pagine dei libri vide che i disegni fatti a
imitazione dei suoi erano pi numerosi. Negli anni successivi, invece,
vide che due generazioni di pittori si erano appropriate della
forma dei disegni che lui aveva ripudiato, li avevano incisi nelle
loro menti, e oltre a impararli a memoria, li avevano resi parte
della loro anima. Mentre Maestro Muhammed cercava di trovarli
ed eliminarli, cap che i giovani miniaturisti, ammirati, li avevano
moltiplicati nei libri, se n'erano serviti per disegnare altre storie,
li avevano incisi nella memoria di tutti, li avevano sparsi per tutto
il mondo. Quando, nel corso degli anni, guardiamo un libro e
poi un altro, un disegno e poi un altro, capiamo che, con le sue meraviglie,
un bravo pittore rimane nella nostra mente ed alla fine cambia
anche il panorama della nostra memoria. Una volta che il talento
e i disegni di un miniaturista penetrano nella nostra anima,
diventano per noi un criterio di bellezza del mondo intero. L'artista
di Isfahan non solo fu testimone dell'aumento dei suoi disegni
pur bruciandoli ed eliminandoli con le proprie mani, ma cap
anche che tutti vedevano il mondo come lo vedeva lui una volta e
i disegni diversi da quelli che aveva fatto durante la sua giovinezza
venivano ormai considerati brutti.
Non riuscii a frenare l'ammirazione e la voglia di compiacere
Zio Effendi e mi gettai ai suoi piedi. Mentre gli baciavo le mani,
gli occhi mi si riempirono di lacrime e sentii che, nella mia anima,
stava prendendo il posto di Maestro Osman.
Il miniaturista, - disse Zio Effendi con atteggiamento compiaciuto,
- disegna ascoltando la propria coscienza e seguendo le
regole in cui crede, senza temere nulla. Non si preoccupa di quel
che potranno dire i suoi nemici, i bigotti e gli invidiosi.
Ma Zio Effendi non  neanche un miniaturista, pensai mentre,
con le lacrime agli occhi, gli baciavo la mano coperta di nei e macchie.
E mi vergognai subito di questo mio pensiero. Come se qualcun
altro mi avesse ficcato a forza quest'idea diabolica e insolente
nella testa. Ma, ad ogni modo, anche voi sapete che il mio pensiero
era giusto.
Non li temo, - disse Zio Effendi. - Perch non temo la morte.
Ma loro chi? Annuii come se avessi capito il suo discorso. Ma
dentro di me montava la rabbia. Vidi che il vecchio volume che aveva
l accanto era il Libro delle anime di El-Cevziyye. Ai rimbambiti
desiderosi di morire piace molto questo libro che racconta le avventure
che accadranno all'anima dopo la morte. Tra portapenne,
tempere, temperini, calamai, scatole e vassoi, sullo scrittoio e sulla
cassapanca, vidi un unico oggetto nuovo: un calamaio di bronzo.
Dimostriamo di non avere paura di loro, - dissi facendomi coraggio.
- Tirate fuori l'ultimo disegno e facciamoglielo vedere.
Ma questo non dimostrerebbe che diamo retta alle loro calunnie,
che le prendiamo sul serio? Non abbiamo fatto niente, e
non abbiamo nulla di cui avere paura. Cos'altro c' che giustificherebbe
questa tua paura?
Mi accarezz i capelli come un padre. Ebbi paura di scoppiare
di nuovo in lacrime e lo abbracciai.
So perch  stato ucciso il povero doratore Raffinato Effendi,
- dissi agitato. - Raffinato Effendi calunniando voi, il vostro libro,
noi, ci avrebbe mandato addosso gli uomini di Maestro Nusret di
Erzurum. Aveva stabilito che qui si facevano cose contro la religione,
si adorava Satana, e aveva cominciato a dirlo a destra e a sinistra
e a istigare contro di voi gli altri miniaturisti che lavorano al
libro. Non so perch l'abbia fatto cos all'improvviso. Forse per gelosia,
forse ha dato retta a Satana. Anche gli altri miniaturisti che
lavorano al vostro libro hanno saputo che Raffinato Effendi era deciso
a rovinarci. Potete immaginare che tutti hanno timori e sospetti,
proprio come me. Uno di loro, una notte si  agitato perch
Raffinato Effendi l'ha preso da parte e l'ha istigato contro di voi,
di noi, il nostro libro, la miniatura, il disegno, contro ogni cosa in
cui crediamo e ha ucciso quel vigliacco e l'ha gettato nel pozzo.
Vigliacco?
Raffinato Effendi aveva un carattere debole, era un infido di
ignobili origini, - dissi. - Vile!, urlai come se ci fosse lui nella
stanza.
Rimanemmo in silenzio. Aveva paura di me? Io avevo paura
di me. Era come farsi trascinare dall'ambizione e dalla mente di
un altro, ma era bello.
Chi  questo miniaturista che si  fatto prendere dall'agitazione
come te e come il miniaturista di Isfahan? Chi l'ha ucciso?
Non lo so, dissi.
Ma volli anche che dalla mia espressione capisse che mentivo.
Avevo sbagliato a venire qui, ma non volevo assolutamente farmi
prendere da sensi di colpa e pentimenti. Vedevo che Zio Effendi
sospettava di me e ci provavo gusto. Pensai velocemente, se capir
che sono io l'assassino e avr paura di me, mi far vedere l'ultimo
disegno, ormai lo volevo vedere per curiosit, non per capire se
era contro la religione.
 importante sapere chi ha ucciso quell'infame? - domandai.
- Chi l'ha eliminato non ha forse fatto un'opera buona?
Il fatto che non mi fissasse negli occhi mi diede coraggio. Le
persone elevate, che credono di essere pi buone ed oneste di te,
quando si vergognano per te, non ti guardano negli occhi. Forse
perch pensano di denunciarti e consegnarti al boia.
Fuori davanti alla porta del cortile, i cani cominciarono ad abbaiare
come impazziti.
Nevica di nuovo, - dissi. - Dove sono tutti a quest'ora della
sera? Perch se ne sono andati e vi hanno lasciato solo? Non hanno
acceso neanche una candela.
 molto strano, molto. Non lo capisco assolutamente.
Era talmente sincero che gli credetti, e sentii ancora una volta,
nel profondo, che in realt gli volevo bene, anche se insieme
agli altri miniaturisti lo prendevamo in giro. Non capii come fece
a sentire che per un attimo avevo avuto nel cuore grande rispetto
e amore nei suoi confronti e mi accarezz di nuovo i capelli con
quell'irresistibile affetto paterno. Sentii che la miniatura di Maestro
Osman, ispirata agli antichi maestri di Herat, non aveva futuro.
Era un pensiero talmente orribile che ebbi paura di me stesso.
Dopo una disgrazia cpita a tutti di supplicare, con un'ultima
speranza, che le cose continuino come prima, senza preoccuparsi
di essere ridicoli e stupidi:
Continuiamo a disegnare il nostro nuovo libro, - dissi. - Che
tutto sia come prima.
Tra i miniaturisti c' un criminale. Continuer il libro con
Nero Effendi.
Mi stava forse istigando a ucciderlo?
Dov' adesso Nero? - chiesi. - Dov' vostra figlia, e i
bambini?
Sentivo che era un'altra forza a mettermi in bocca queste parole,
ma non riuscivo a trattenermi. Ormai non avevo pi altre vie
per essere felice e sperare. Potevo essere solo intelligente e beffardo,
e dietro questi due simpatici ginn sempre divertenti, l'intelligenza
e la beffa, la presenza di Satana li comandava e mi si avvicinava.
Nello stesso momento, gli sfortunati cani fuori dalla porta
del cortile, ripresero ad abbaiare come pazzi, come se avessero
annusato l'odore del sangue.
Avevo gi vissuto questo momento? In una citt molto lontana,
in un'epoca che adesso mi sembrava molto lontana, mentre
fuori nevicava, avevo cercato di spiegare, piangendo, alla luce di
candela, a un vecchio rimbambito che mi aveva accusato di aver
rubato dei colori di non avere colpa. Anche allora, proprio come
adesso, i cani accanto alla porta del cortile avevano cominciato a
ululare come se avessero sentito odore di sangue. Zio Effendi aveva
intenzione di schiacciarmi, lo capivo dal suo mento maestoso
simile a quello di quel vegliardo malvagio e rugoso, e dagli occhi
con cui adesso, finalmente, mi fissava spietato. Vivevo questo momento
come un ricordo certo e nebuloso, come quel brutto ricordo
dei tempi del mio apprendistato di quando avevo dieci anni,
che riuscivo a immaginare nella mia testa come un disegno a righe
evidenti ma a colori pallidi. Il laborioso miniaturista che era nella
mia mente - il capo miniaturista Maestro Osman ci ha insegnato
che esiste - mi disegnava mentre mi alzavo in piedi, passavo dietro
Zio Effendi, prendevo quel nuovo calamaio di bronzo, enorme
e pesante che stava sullo scrittoio tra i soliti calamai, alcuni di
vetro, altri di porcellana, altri di cristallo di rocca, colori decisi e
colori vaghi, come se le cose che facevo e vedevo in quel momento
non appartenessero a quel momento, ma fossero un ricordo molto
lontano. Come accade nei sogni, ci vediamo da fuori e rabbrividiamo.
Con lo stesso brivido e il grande calamaio di bronzo in mano,
gli dissi:
Ai tempi del mio apprendistato, quando avevo dieci anni, ho
visto un calamaio del genere.
Quello  un calamaio mongolo vecchio di trecento anni, - disse
Zio Effendi. - Me l'ha portato Nero da Tabriz. Si usa solo per
il rosso.
In quel momento, colui che mi istigava perch lo tirassi, con tutta
la mia forza, sul cervello di quel rimbambito, era certamente Satana.
Non gli diedi retta. E con stupida speranza gli annunciai:
Ho ucciso io Raffinato Effendi.
Capite perch lo dissi con speranza, no? Speravo che Zio Effendi
mi capisse e mi perdonasse. Inoltre, avrebbe avuto paura di
me e mi avrebbe aiutato.
...
Capitolo ventinovesimo. Io sono vostro zio.

Quando mi disse di avere ucciso Raffinato Effendi, nella stanza
piomb un pesante silenzio. Pensai che avrebbe ucciso anche
me. Il cuore mi batt forte, a lungo. Era venuto qui per uccidermi,
per calunniarmi, o per spaventarmi? Sapeva cosa voleva?
Quando mi resi conto di non conoscere affatto il cuore di questo
meraviglioso miniaturista di cui, da anni, conoscevo il talento e le
capacit inventive ebbi veramente paura. Sentivo che era in piedi
dietro di me, attaccato alla mia nuca, e aveva ancora in mano quell'enorme
calamaio per l'inchiostro rosso, ma non riuscii a voltarmi
e a guardarlo in faccia. Immaginavo che il silenzio l'avrebbe innervosito,
cos dissi:
I cani non si sono ancora placati.
Ancora silenzio. E io capii che la mia morte o la mia salvezza
da questa sventura dipendevano da me e da cosa gli avrei detto.
Oltre alle miniature ed ai disegni, l'unica cosa che conoscevo di lui
era l'intelligenza. E questa  una cosa di cui andare orgogliosi, se
credete che, nella sua opera, il miniaturista non debba assolutamente
svelare se stesso e la sua anima. Ma come aveva fatto a braccarmi
in questa casa completamente vuota? Il mio vecchio cervello
pensava velocemente, ma, allo stesso tempo, era anche confuso
dall'idea di non poter uscire da questo gioco. Dov'era Sekre?
Avevi capito che l'avevo ucciso io, vero?, mi chiese.
Non l'avevo capito. Anzi, non l'avevo capito finch non me
l'aveva detto. E poi, adesso, parte della mia mente pensava che
aveva fatto bene a uccidere Raffinato Effendi, forse la buonanima
del maestro doratore, facendosi prendere pian piano dalla paura,
ci avrebbe veramente portati alla rovina.
Cos, dentro di me nacque un vago sentimento di gratitudine
nei confronti dell'assassino con il quale ero rimasto solo nella casa
completamente vuota.
Non mi meraviglio che tu l'abbia ucciso, - dissi. - Gente come
noi, che vive con i libri, che di notte sogna pagine, in questo
mondo ha sempre paura di qualcosa. E poi, noi ci occupiamo di
una cosa ancor pi proibita, ancor pi pericolosa, ci occupiamo del
disegno in una citt musulmana. In ogni miniaturista c' una forte
pulsione a sentirsi in colpa, proprio come Maestro Muhammed
di Isfahan, pentirsi, colpevolizzare se stessi prima di chiunque altro,
rammaricarsi e chiedere perdono ad Allah e alla comunit dei
credenti. Prepariamo i nostri libri di nascosto, come i peccatori,
spesso come se dovessimo scusarci di qualcosa. So bene che cedere
anticipatamente agli attacchi di predicatori, cad e dervisci che
ci accuseranno di empiet, e questo eterno senso di colpa, uccidono
e alimentano allo stesso tempo la fantasia del miniaturista.
Cio non mi biasimi per aver fatto fuori quello stupido di Raffinato
Effendi.
Quel che ci attrae nella scrittura, nella miniatura, nel disegno
 proprio in quella paura. Il motivo per cui ci dedichiamo al disegno
e ai libri dalla mattina alla sera, inginocchiati a lavorare a lume
di candela fino a diventare ciechi, non sono solo il denaro e la
benevolenza, ma anche la fuga dal brusio della gente e della comunit
dei credenti. Come ricompensa per la nostra passione,
vogliamo che le persone da cui fuggiamo e ci nascondiamo vedano e
apprezzino il disegno che, ispirati, abbiamo fatto. Ma se ci chiamano
atei! Quali dolori per un artista di talento! Il vero disegno
si nasconde nel mai visto, nel mai fatto. Nel disegno che, in un primo
momento, tutti definirebbero brutto, malfatto, empio. Il vero
miniaturista sa che deve andare li, anche se ha paura della solitudine.
Ma chi pu tollerare per tutta l'esistenza questa vita pericolosa
e snervante? Il miniaturista crede di liberarsi delle paure
sofferte per anni colpevolizzando in primo luogo se stesso. Gli credono
solo quando confessa la propria colpa e lo mandano al rogo.
Il miniaturista di Isfahan l'ha fatto da solo.
Tu non sei un miniaturista, - disse, - e io non l'ho ucciso perch
avevo paura.
L'hai ucciso perch volevi disegnare come volevi, senza paure!
Per la prima volta, dopo molto tempo, colui che voleva essere
il mio assassino disse una cosa molto intelligente: So bene che
parli cos per distrarmi, per convincermi, per sfuggire a questa situazione, -
e aggiunse: - ma l'ultima cosa che hai detto  giusta.
Voglio che tu capisca. Ascoltami.
Mi voltai e lo guardai negli occhi. Il fatto che avesse abbandonato
completamente le buone maniere che c'erano tra di noi dimostrava
che si era lasciato andare. Ma dove?
Non ti mancherei di rispetto, non ti preoccupare, disse. Mentre
mi passava davanti scoppi in una risata, una risata che aveva
un suono drammatico. Come adesso, - disse. - Faccio una cosa,
ma  come se non fossi io. Come se ci fosse qualcosa dentro di me
che si agita, tutta la cattiveria che mi muove. Ma ne ho molto bisogno.
Anche per disegnare.
Questi sono pettegolezzi su Satana inventati da vecchie
comari.
Starei dunque mentendo?
Sentii che non aveva abbastanza coraggio per uccidermi e voleva
quindi che lo facessi arrabbiare. No, non menti. Ma non riesci
a riconoscere quello che provi.
No, conosco bene quello che provo. Soffrir le pene dell'inferno
ancor prima di morire. Per colpa tua, siamo sprofondati nel
peccato fino al collo, e senza rendercene conto. E ora tu mi vieni
a dire di essere pi coraggioso. Sono diventato un assassino per
colpa tua. I cani rabbiosi di Maestro Nusret ci uccideranno tutti.
Non era affatto sicuro di s, urlava sempre pi forte e brandiva
il calamaio con molta pi rabbia. Chiss se qualcuno udendo le
sue urla sarebbe accorso.
Come l'hai ucciso? - chiesi, pi per guadagnare tempo che
per curiosit. - Com' che vi siete incontrati al pozzo?
La sera che  uscito da casa tua, Raffinato Effendi  venuto a
cercarmi, - disse con una voglia inattesa di raccontare. - Mi ha detto
di aver visto quell'ultimo disegno di due pagine. Ho veramente
cercato di convincerlo a non fare troppo clamore. Abbiamo camminato
fino a quelle rovine, gli ho detto che c'erano dei soldi sepolti
vicino al pozzo. Quando ha sentito parlare di soldi mi ha creduto.
 la dimostrazione che un miniaturista lavora per denaro. 
per questo che non sono triste, era un miniaturista di talento, ma
era uno qualunque. Era pronto a scavare la terra ghiacciata con le
proprie unghie. Se avessi veramente avuto dell'oro sepolto accanto
al pozzo, non ci sarebbe stato bisogno di ucciderlo. Hai scelto
un vile per le tue dorature. La buonanima aveva la mano felice, ma
le dorature che faceva, la scelta e l'uso dei colori erano banali. Non
ho lasciato nessuna traccia. Che cos' veramente lo stile, dimmi?
Adesso sia gli europei sia i cinesi parlano del carattere e del talento
del pittore, e lo chiamano "stile". Un bravo miniaturista dovrebbe
avere uno stile che lo distingua dagli altri o no?
Un nuovo stile non nasce per desiderio del miniaturista, non
ti preoccupare, - dissi. - Muore un principe, uno sci perde la guerra,
un'epoca che sembrava interminabile si conclude, un laboratorio
viene chiuso e i suoi miniaturisti cercano altre patrie, altri
protettori amanti dei libri. Un giorno, un sultano accoglie con affetto
nel suo padiglione o nel suo Palazzo questi miniaturisti e questi
calligrafi, confusi ma pieni di talento, ormai senza casa n patria,
che vengono da luoghi diversi, diciamo da Herat o da Aleppo;
egli, con cura, fonda cos il suo laboratorio. I miniaturisti non
si adattano a stare insieme, i primi tempi disegnano ognuno con i
propri vecchi metodi, poi, come i bambini che prendono confidenza
giocando insieme per strada, cominciano ad assomigliarsi,
si scontrano e regolano i loro conti. Il risultato, dopo anni di litigi,
gelosie, complotti e lavoro sui colori e sulla miniatura  un nuovo
stile. In genere, a creare questo stile  il miniaturista pi brillante,
il pi dotato del laboratorio. Possiamo chiamarlo anche il
pi fortunato. Agli altri non rimane che imitare e perfezionare,
anzi affinare all'infinito questo stile.
Senza guardarmi negli occhi, implorandomi di essere onesto e
buono e tremando quasi come una ragazzina, mi chiese con un'aria
dolcissima e che assolutamente non mi aspettavo:
Io ho uno stile?
Per un attimo temetti di scoppiare in lacrime. Gli parlai volentieri,
cercando con tutta la mia forza di essere dolce, affettuoso
e buono:
Tu sei il miniaturista pi dotato, il pi miracoloso, quello con
la mano pi magica, con l'occhio pi fine che abbia mai visto nei
miei sessant'anni di vita. Anche se avessi davanti a me un disegno
cui avessero partecipato con la loro penna mille pittori, riuscirei a
indovinare e riconoscere subito il tocco della meravigliosa penna
che Allah ti ha donato.
Anch'io la penso cos, ma tu non sei abbastanza intelligente
da comprendere il segreto del mio talento, - disse. - Adesso, dato
che hai paura di me, menti. Parla comunque del mio stile.
Sembra quasi che la tua penna trovi da sola il tratto giusto,
senza bisogno di essere toccata. Quello che la tua penna mostra
non  n corretto n comico! Quando disegni una folla, la tensione
che emerge dallo sguardo delle persone, dalla composizione
della pagina, dal significato del testo, nel tuo disegno si trasforma
in un infinito e raffinato bisbigliare. Io guardo e riguardo i
tuoi disegni per ascoltare quel bisbiglio, e ogni volta mi accorgo
sorridendo che il loro significato cambia e, come posso dire, provo
a rileggere il disegno come fosse un testo scritto. Cos, quando
questi livelli di significato si sommano uno all'altro, ne viene
fuori una profondit che supera perfino la prospettiva dei maestri
europei.
Hmmm. Bene. Lascia perdere i maestri europei. Dimmelo di
nuovo.
La tua penna  davvero cos meravigliosa e cos forte che chi
guarda il tuo disegno non crede alla realt ma a ci che hai disegnato.
Con il tuo talento, potresti corrompere una persona di provata
fede, cos come condurre sulla via di Allah il pi incorreggibile
degli infedeli.
 vero, ma non so se sia un complimento. Dillo di nuovo.
Nessun altro miniaturista conosce come te la giusta consistenza,
i segreti del colore. Sei sempre tu a preparare i colori pi
lucidi, pi vivi, pi veri.
Va bene. Altro?
Tu sai di essere il pi grande miniaturista dopo Behzat e Mir
Seyyid Al.
 vero, lo so. Se lo sai anche tu, perch non fai il tuo libro
con me, ma con Nero Effendi, un modello di mediocrit?
Il suo lavoro non richiede l'abilit di un miniaturista, - dissi.
- Questo  un motivo. Il secondo  che non  un assassino come
te.
Mi sorrise dolcemente, perch anch'io gli avevo sorriso con
franchezza. Intuivo che con questo atteggiamento e questo stile
mi sarei liberato di quest'incubo. Cos, avviai il discorso e cominciammo
a conversare piacevolmente sul calamaio mongolo di bronzo
che teneva in mano, non come padre e figlio, ma come due uomini
anziani, curiosi e con una lunga esperienza alle spalle. Il peso
del bronzo, l'equilibrio del calamaio, la profondit del collo, la
lunghezza delle vecchie canne dei calligrafi e i segreti dell'inchiostro
rosso di cui sentiva la consistenza muovendo lentamente il calamaio
in piedi davanti a me... Parlammo del fatto che, se i mongoli
non avessero importato i segreti del rosso appresi dai maestri
cinesi nel Khorasan, a Bukhara, a Herat, noi, a Istanbul, non
avremmo mai potuto fare questi disegni. Parlando, la consistenza
del tempo cambiava, come quella del colore, cambiava e il tempo
passava. Parte della mia mente continuava a meravigliarsi che in
casa non ci fosse ancora nessuno, e io pregavo che lui mettesse a
posto il pesante calamaio.
Quando il libro sar terminato, coloro che vedranno i disegni
comprenderanno il mio talento? - chiese - con la disinvoltura delle
nostre vecchie abitudini di lavoro.
Se Allah lo vuole, se un giorno finiremo, il Nostro Sultano
prender in mano e dar un'occhiata a questo libro, certo, prima
controller, con la coda dell'occhio, se l'oro  stato usato correttamente,
contempler il suo ritratto come se leggesse la dettagliata
descrizione di un individuo, non ammirer il nostro meraviglioso
disegno ma se stesso disegnato, come fanno tutti i sultani, e poi ci
far un grande favore se vorr perdere del tempo a guardare le meraviglie
che disegniamo, ispirati dall'Oriente e dall'Occidente, con
tanta fatica, tanto sforzo degli occhi e tanta passione! Anche tu sai
che, se non accade un miracolo, non chieder assolutamente chi abbia
fatto la tale cornice, chi la doratura, chi il disegno di quest'uomo
e chi di questo cavallo e chiuder a chiave il libro nel suo Tesoro.
Ma noi, come tutti coloro che hanno talento, continuiamo a
disegnare, pensando sempre che un giorno avverr quel miracolo.
Rimanemmo un po' in paziente silenzio.
Quando accadr quel miracolo? - domand. - Quando verranno
veramente compresi i disegni che facciamo fino a diventare ciechi?
Quando ci concederanno l'amore che merito, che meritiamo?
Mai!
Come?
Non ti daranno mai quello che vuoi, - risposi. - In futuro sarai
sempre meno compreso.
I libri rimangono nei secoli, disse con aria orgogliosa, ma non
del tutto sicuro di s.
Nessun maestro veneziano possiede la tua poesia, la tua fede,
la tua sensibilit, la purezza e la brillantezza dei tuoi colori, credimi.
Ma i loro disegni sono pi convincenti, somigliano di pi alla
vita. Non disegnano come se vedessero il mondo dal balcone di
un minareto e senza badare alla prospettiva, come la chiamano loro,
disegnano guardando dalla strada, o dalla stanza del principe,
tutto insieme, il letto e la trapunta, il tavolo, lo specchio, la tigre,
sua figlia e il denaro; disegnano tutto, lo sai. Io non credo del tutto
a quello che fanno, che il loro disegno tenti direttamente di imitare
il mondo mi sembra un'inezia, mi offende. Ma i disegni fatti
con questi metodi hanno un tale fascino! Disegnano tutto quello
che l'occhio vede, come l'occhio lo vede. Loro disegnano quello che
vedono, noi invece disegniamo quello che guardiamo. Non appena
vedi i loro disegni, capisci, con i metodi europei, che  possibile
far durare il tuo volto fino alla fine del mondo. Il fascino di una
cosa del genere  talmente forte che non sono solo i sarti, i macellai,
i soldati, i preti, i droghieri di Venezia a farsi ritrarre, ma quelli
di tutti i paesi europei. Perch una volta che vedi quei disegni,
anche tu vuoi vederti cos e credere di essere una creatura completamente
diversa dagli altri, unica, speciale, con le tue peculiarit.
I nuovi metodi permettono di disegnare l'uomo non come lo
vede la mente, ma come lo vede l'occhio. In futuro, un giorno tutti
disegneranno cos. Quando si parler di disegno, tutto il mondo
capir quello che hanno fatto! Anche un povero stupido sarto
che non capisce nulla di miniatura, vorr farsi fare il ritratto per
credere, guardandosi la curva del naso, di non essere uno stupido
qualsiasi, ma una personalit speciale ed unica.
Eh, allora faremo quei disegni, disse lo spiritoso assassino.
Non li faremo! - dissi. - Non hai imparato dal defunto Raffinato
Effendi che tu hai ucciso, quanto tutti abbiano paura di imitare
gli europei? Anche se non avessero paura e ci provassero  la
stessa cosa. Alla fine i nostri metodi moriranno, i nostri colori
sbiadiranno. Nessuno si interesser ai nostri libri, ai nostri disegni. E
quelli che se ne interesseranno, non capiranno niente ed arricciando
il naso diranno che manca la prospettiva, oppure non troveranno
i libri. Perch la mancanza di interesse, il tempo e le disgrazie
pian piano elimineranno i nostri disegni. Nella colla araba
ci sono pesce, ossa e miele, nei volumi le pagine sono lucidate con
bianco d'uovo e amido, e i topi insaziabili e sfrontati le ingoieranno;
tarli, vermi e insetti di mille ed una specie le roderanno -
cric cric - ed elimineranno i nostri libri. I volumi si strapperanno,
le pagine si staccheranno; i ladri, la servit disinteressata, i bambini,
le donne che accendono i focolari, strapperanno sconsideratamente
pagine e disegni. I principi bambini per gioco rovineranno
i disegni con la penna, caveranno gli occhi ai personaggi, si puliranno
il moccio sulle pagine, coloreranno i bordi di nero con la
penna; coloro che continuano a ripetere che i nostri disegni rappresentano
il peccato, scarabocchieranno dappertutto, li strapperanno,
li taglieranno e li useranno, forse, per farne altri disegni o
per giocare e divertirsi. Mentre le madri, ritenendole indecenti,
strapperanno le figure di donne, padri e fratelli ci si masturberanno
sopra, e per questo motivo, cos come per l'umidit, il fango,
la colla di cattiva qualit, la saliva e ogni tipo di cibo e sporcizia,
le pagine si appiccicheranno tra loro. Nei punti appiccicati, fioriranno
come ascessi macchie di muffa e di sporcizia. Poi le piogge,
i tetti che prdono, le alluvioni, il fango rovineranno i nostri libri.
Anche l'ultimo libro ancora intonso uscito fuori come per miracolo
dal fondo asciuttissimo di una cassa miracolosa, insieme ad
altre pagine stracciate, bucherellate, ingiallite, illeggibili, ridotte
in pappa dall'acqua, dall'umidit, dagli insetti e dal disinteresse,
un giorno, di certo, scomparir inghiottito dalle fiamme di un incendio
spietato. A Istanbul esiste forse un quartiere che non scompaia
ogni vent'anni a causa degli incendi? Allora come fanno i libri
a esistere? In questa citt, dove ogni tre anni scompaiono pi
libri e biblioteche di quanti non ne siano scomparsi a Baghdad a
causa degli incendi e dei saccheggi mongoli, quale miniaturista pu
immaginare di far vivere i propri capolavori per pi di cent'anni
ed essere ricordato, come Behzat, per i suoi disegni? Non solo quello
che abbiamo fatto noi, ma tutto quello che da secoli  stato realizzato
in questo mondo, scomparir per gli incendi, i tarli, il disinteresse.
Cos, Sirin che dalla finestra guarda orgogliosa Cosroe,
e Cosroe che guarda - che bello - Sirin mentre si bagna alla luce
della luna; l'amoroso e raffinato gioco di sguardi di tutti gli innamorati;
Rstem che, dopo una lotta violenta, uccide Satana in fondo
al pozzo; la tristezza di Mejnun pazzo d'amore quando, nel deserto,
fa amicizia con la tigre bianca e la capra selvatica; la cattura
e l'impiccagione del cane da pastore traditore che regal alla
lupa con cui si accoppiava ogni notte una pecora del gregge che custodiva;
tutte quelle decorazioni della cornice fatte con fiori, angeli,
rami con foglie, uccelli e lacrime; i suonatori di liuto disegnati
per decorare le misteriose poesie di Hafiz; le decorazioni murali
che rovinano gli occhi di migliaia, decine di migliaia di apprendisti
e rendono ciechi i maestri; i distici nascosti sopra le porte, sulle
piccole lastre appese ai muri, dentro le cornici concentriche del
disegno; le timide firme nascoste in fondo ai muri, negli angoli,
sui frontoni, sotto i piedi, sotto i cespugli, tra le rocce; i fiori che
ornano le trapunte che coprono gli innamorati; le teste mozzate
degli infedeli che aspettano pazientemente in un angolo durante
l'attacco vittorioso della buonanima del nonno del Nostro Sultano
alla fortezza nemica; i cannoni, i fucili, le tende che si vedono
dietro la scena in cui l'ambasciatore degli infedeli bacia i piedi al
bisnonno del Nostro Sultano, anche tu da giovane hai partecipato
alla realizzazione di questo disegno; i diavoli con le corna e senza
corna, con la coda e senza coda, con le zanne e gli artigli acuminati;
le migliaia di uccelli di ogni specie, tra cui anche la saggia
upupa, il passero saltellante, l'inesperto nibbio, l'usignolo poeta;
i gatti quieti e i cani irrequieti, le nuvole frettolose; le graziose erbette
ripetute in migliaia di disegni, le rocce ombreggiate in maniera
impacciata e le decine di migliaia di cipressi, platani e melograni
con le foglie disegnate una ad una con la pazienza di Giobbe;
i palazzi e le loro centinaia di migliaia di mattoni fatti sul modello
dei palazzi dell'epoca di Tamerlano o di Sci Tahmasp ma che
decorano storie di epoche molto pi antiche; le decine di migliaia
di principi tristi seduti su un meraviglioso tappeto disteso sui prati
e sotto alberi primaverili in fiore che ascoltano musica suonata
da belle donne e bei ragazzi; quei meravigliosi disegni di ceramiche
decorative e tappeti la cui perfezione si deve alle lacrime per
le botte prese da migliaia di apprendisti negli ultimi centocinquant'anni,
da Samarcanda ad Istanbul; gli stupendi disegni di giardini
e di nibbi che fai ancora con lo stesso entusiasmo, le tue incredibili
scene di morte e guerra, i sultani che cacciano con raffinatezza
e le gazzelle timorose che con altrettanta raffinatezza
fuggono, gli sci che muoiono, i nemici ridotti in schiavit, i galeoni
infedeli e le citt nemiche e quelle notti buie e brillanti che
escono dalla tua penna, le stelle, i cipressi che sembrano fantasmi,
l'amore e la morte che colori di rosso, tutti questi disegni, tutto
scomparir.
Mi diede il calamaio in testa con tutta la sua forza.
Per la violenza del colpo barcollai in avanti. Provai un dolore
terribile che non riuscirei a descrivere in nessun modo. Per un attimo,
il mondo sembr impallidire avvolto dal mio dolore. Quasi
tutta la mia mente aveva capito che quello che mi era stato fatto
era volontario, ma la parte che non funzionava bene per il colpo,
con triste buona volont avrebbe voluto dire a quel folle che intendeva
essere il mio assassino, ti sei sbagliato, mi hai fatto male.
Mi colp un'altra volta con il calamaio.
Questa volta anche la parte stupida della mia mente cap che il
colpo non era arrivato per sbaglio, era follia, rabbia, alla fine avrebbe
potuto essere anche la morte. Ebbi talmente paura di questa situazione
che cominciai a urlare come se ululassi con tutta la mia
forza e la mia sofferenza. Se il mio grido venisse dipinto, sarebbe
completamente verde. Ma capii che nel buio della sera e nelle strade
vuote, nessuno avrebbe sentito questo colore. Ero completamente
solo.
Ebbe paura del mio urlo e si ferm. Per un attimo ci guardammo
negli occhi. Nelle sue pupille vidi che anche se provava
paura e vergogna, si era rassegnato a quel che faceva. Sembrava
non essere il maestro miniaturista che conoscevo, ma uno sconosciuto
lontano e cattivo che non parlava la mia lingua. E questo prolung
di secoli la mia solitudine di quell'attimo. Cercai di prendergli
la mano, come per abbracciare questo mondo; non serv a nulla. Lo
supplicai, o mi parve di supplicarlo: figliolo, figliolo non mi uccidere.
Come accade nei sogni, sembrava che non mi sentisse.
Mi colp ancora.
La mia mente, quello che vedevo, i miei ricordi, i miei occhi
erano diventati la mia paura e si erano mescolati tra loro. Non vedevo
nessun colore, e avevo capito che tutti i colori erano il rosso.
Quello che pensavo fosse il mio sangue era inchiostro rosso. E
quello che lui aveva sulle mani e che pensavo fosse inchiostro era
il mio sangue rosso che non si arrestava.
In quel momento trovai la mia morte ingiusta, crudele e spietata.
Ma il luogo dove la mia vecchia testa coperta di sangue mi
conduceva lentamente era quello. Me ne resi conto dopo. I miei
ricordi erano bianchi come la neve l fuori. La testa mi pulsava e
mi faceva male.
Adesso vi racconter la mia morte. Forse l'avrete gi capito: la
morte non  sicuramente la fine di tutto. Ma come scrivono tutti i
libri,  anche incredibilmente dolorosa. Ho il cranio e il cervello
fracassati, ma mi sento anche bruciato e scosso ovunque da fitte,
parti del mio corpo penetrano l'una nell'altra.  cos difficile resistere
a questo dolore infinito che un angolo della mia mente, come unica
possibilit, cerca di dimenticare e di cadere in un dolce sonno.
Prima di morire, mi venne in mente una fiaba siriaca che avevo
ascoltato da bambino. Un uomo anziano e solo, una notte si
sveglia, si alza e beve un bicchiere d'acqua. Fa per metterlo sul tavolino
e vede che la candela che era l non c' pi. Dov'? Vede
filtrare una luce sottile come un filo. La segue e torna nella sua
stanza, vede che nel letto c' un'altra persona con la candela in
mano. Chi sei?, chiede. La morte, dice lo sconosciuto. Per
un attimo il vecchio rimane in un silenzio enigmatico. Poi dice:
Allora sei venuta. S, risponde la morte, contenta. E il vecchio:
No, - dice deciso, - tu sei il mio sogno rimasto a met. In
un attimo spegne la candela che lo sconosciuto tiene in mano e nel
buio tutto scompare. Il vecchio torna nel suo letto vuoto e si addormenta.
Vive ancora altri vent'anni.
Capivo che a me non sarebbe accaduto lo stesso. Perch mi aveva
tirato il calamaio in testa un'altra volta. Il dolore era cos intenso
che ormai mi accorgevo solo vagamente dei colpi che mi dava.
Lui, il calamaio, la stanza mal illuminata dalla candela, tutto
era gi lontano e sbiadito.
Ma ero ancora vivo, lo capivo dalla mia voglia di attaccarmi a
questo mondo, di correre e fuggire, dai gesti delle mie mani e delle
mie braccia per proteggermi la testa e il viso pieni di sangue, dal
fatto di avergli morso il polso, a un certo punto, se non sbaglio, e
da un colpo di calamaio in faccia.
Forse abbiamo lottato un po', se si pu chiamare lotta. Era molto
forte e molto arrabbiato. Mi stese a terra. Mi appoggi le ginocchia
sulle spalle, quasi mi inchiod a terra e, con un linguaggio
molto irrispettoso, raccont qualcosa a quel vecchio morente che
ero. Mi colp di nuovo con il calamaio in testa, forse perch non
riuscivo a capirlo, ad ascoltarlo, o perch non mi piaceva contemplare
i suoi occhi iniettati di sangue. Per l'inchiostro che zampill
dal calamaio e, penso, per il sangue che zampill da me, il suo
volto e il suo corpo si coprirono completamente di rosso.
Era triste vedere come ultima cosa al mondo quest'uomo che
mi era nemico, e cos chiusi gli occhi. Subito dopo vidi una luce
dolce e morbida. Era dolce ed attraente come il sonno che speravo
placasse i miei dolori. Dentro la luce vidi qualcuno e, come un bambino,
chiesi: Chi sei?
Sono Asraele, l'Angelo della Morte. Sono io che pongo fine
al viaggio del figlio dell'uomo in questo mondo. Sono io che separo
i bambini dalle madri, le mogli dai mariti, gli innamorati, i padri
dalle figlie. In questo mondo non ci sar nessun essere vivente
che non mi incontrer.
Quando capii che la morte era inevitabile, cominciai a piangere.
Piangere mi faceva venire una sete profonda. Da una parte c'era
un dolore che aumentando stordiva, era il luogo frettoloso e crudele
in cui era rimasto il mio viso coperto di sangue. Dall'altra c'era
il luogo dove la fretta e la crudelt finivano, ma per me quel luogo
era ignoto e spaventoso. Sapendo che il mondo dei morti era
quel mondo brillante dove mi chiamava Asraele, lo temevo. Ma
capivo anche che non sarei potuto rimanere a lungo in questo mondo
che mi faceva contorcere ed urlare dal dolore e che per me non
c'era pi un angolo tranquillo in un paese di terribili dolori e torture.
Per rimanere in questo mondo sembrava che dovessi sopportare
un dolore tremendo e non era pi possibile per un vecchio
come me.
Cos, poco prima di morire fui io stesso a desiderare la morte.
E nello stesso istante capii subito che la risposta alla domanda a cui
avevo pensato per tutta la vita senza trovare soluzione era questo
semplice desiderio: come fanno a morire tutti gli uomini senza eccezioni?
Capii anche che la morte mi avrebbe reso pi sapiente.
Ma fui comunque preso dall'indecisione di chi prima di iniziare
un lungo viaggio non riesce a non guardare per un'ultima volta la
propria stanza, gli oggetti e la casa. Volevo vedere mia figlia per
un'ultima volta, ero agitato e nostalgico. Lo volevo talmente che capii
che se avessi tenuto duro e resistito ancora un po' al dolore ed alla
sete che man mano aumentava avrei potuto aspettare mia figlia.
Cos, quella dolce luce mortale che avevo davanti agli occhi
sbiad un po' e la mia mente apr le porte alle voci e agli scricchiolii
di quel mondo dove stavo morendo. Riuscivo a sentire il mio assassino
che passeggiava per la stanza, apriva la porta, frugava tra
i fogli, cercava con avidit l'ultimo disegno, non lo trovava e frugava
tra i miei attrezzi, dava calci alle casse, alle scatole, ai calamai,
al leggio. Capii anche che ogni tanto gemevo e mi dibattevo
con strani movimenti delle mie vecchie braccia e delle mie gambe
stanche. Aspettai.
Il dolore non si placava assolutamente, e man mano la sete aumentava,
non ce la facevo pi a resistere. Aspettai comunque ancora
un po'.
Mi venne in mente che mia figlia, tornando a casa, avrebbe potuto
incontrare quel vigliacco del mio assassino, non ci volevo
neanche pensare. Nello stesso istante percepii che il mio assassino
usciva dalla stanza. Probabilmente aveva trovato l'ultimo disegno.
Avevo troppa sete, ma aspettai lo stesso. Dai, vieni figlia mia,
mia bella Sekre, vieni.
Non venne.
Ormai non avevo pi la forza di resistere al dolore. Capii che
sarei morto senza rivedere mia figlia. Mi sembr cos doloroso che
per la tristezza volli morire. Proprio in quel momento, da sinistra
apparve un volto mai visto e mi porse un bicchiere d'acqua sorridendo
benevolo.
Dimenticai tutto, avido d'acqua mi protesi verso il bicchiere.
Lo ritir. Di' che il Profeta Maometto ha mentito, - disse. -
Nega tutto quello che ha detto.
Era Satana. Non gli risposi, e non ne ebbi paura. Non avevo mai
creduto che disegnarlo significasse credere a Satana, aspettai fiducioso;
sognai il mio futuro e l'infinito viaggio che avevo davanti.
In quello stesso istante, quando mi si avvicin l'angelo luminoso
che avevo visto poco prima, il Demonio scomparve. Parte della
mia mente sapeva che quest'angelo luminoso che aveva fatto fuggire
Satana, era Asraele. Ma un'altra parte ribelle della mia mente mi
ricord che nel Libro del Giorno del Giudizio c'era scritto che Asraele
era un angelo con mille ali che potevano distendersi dall'Oriente
fino all'Occidente e tenere nelle sue mani tutto il mondo.
La mia mente era completamente confusa quando l'angelo mi
si avvicin e, come se volesse aiutarmi, s, proprio come descrive
Al Ghazzali nel Drret-l Fahire, disse dolcemente:
Apri la bocca per far uscire l'anima.
Dalla mia bocca non potrebbe uscire altro che un "nel nome
di Allah clemente e misericordioso", risposi.
Ma era un'ultima scusa. Avevo capito che non avrei potuto pi
resistere, che era giunto il momento. Per un attimo mi vergognai
di abbandonare questo mio misero corpo brutto e insanguinato alla
figlia che non avrei pi rivisto. Volevo uscire da questo mondo
come da un abito stretto che mi infastidiva.
Aprii la bocca e tutto divenne variegato come nei disegni che
raccontano l'ascesa del Profeta al Paradiso, avvolto in una luce stupenda,
come dipinto con grande abbondanza di acqua d'oro.
Dagli occhi mi scese una lacrima di dolore. Dai polmoni e dalla bocca
usc un faticoso respiro e tutto si immerse in un meraviglioso
silenzio.
Adesso riuscivo a vedere la mia anima che lentamente si staccava
dal corpo nelle mani di Asraele. La mia anima era grande come
un'ape e circondata da luci, e per il tremore che la scuoteva
mentre abbandonava il corpo, fremeva in mano ad Asraele come
mercurio. La mia mente non pensava a questo ma al nuovissimo
mondo in cui stavo per entrare.
Dopo tanto dolore adesso ero quieto, e il fatto di essere morto
non mi provocava, come temevo, dolore, al contrario mi ero rilassato
e avevo capito subito che la situazione in cui mi trovavo era
permanente, e quella pesante oppressione che sentivo in vita solo
passeggera. Ormai tutto sarebbe rimasto cos nei secoli dei secoli,
fino alla fine del mondo, non me ne lamentavo, ma non ne ero
neanche contento. I fatti che una volta mi venivano velocemente
addosso uno dietro all'altro, adesso si erano estesi, allargandosi e
contemporaneamente esistendo, in uno spazio sconfinato. Proprio
come si vede nei grandi disegni di due pagine dove il miniaturista
di spirito mette in ogni angolo cose che non hanno nulla a che fare
tra loro, adesso, nello stesso momento, accadevano molte cose.
...
Capitolo trentesimo. Io, Sekre.

Nevicava talmente tanto che i fiocchi passavano attraverso il
velo e mi entravano negli occhi. Procedevo con difficolt nel giardino
coperto di erbe marce, fango e rami spezzati, ma appena uscii
in strada camminai veloce. Lo so, siete curiosi di sapere cosa penso.
Quanto mi fido di Nero? Sar sincera con voi. Anch'io non so
cosa pensare. Sono molto confusa, mi capite, vero? Ma so comunque
che, come sempre, mi occuper della cucina, dei bambini,
di mio padre e di altre cose, e dopo un po', il mio cuore mi sussurrer
cosa  giusto e cosa  sbagliato, senza che io debba interrogarlo.
Domani, prima di mezzogiorno, sapr chi sposer.
Ma c' una cosa che voglio condividere con voi, subito, prima di
tornare a casa. No, lasciate perdere le dimensioni di quell'enorme coso
che mi ha fatto vedere Nero. Magari ne parliamo dopo. Quello di
cui voglio parlare  la sua fretta. Non credo che c'entri la lussuria.
Sinceramente, anche se fosse, non farebbe una gran differenza. Quel
che mi stupisce  la stupidit! Ma non gli viene in mente che potrei
spaventarmi e fuggire via, che potrebbe ferire il mio onore ed allontanarmi
da s; e poi potrebbe provocare dell'altro, di ben peggio!
Dall'espressione triste della sua faccia, si capisce subito quanto mi
ama, quanto mi desidera. Ha aspettato dodici anni, perch non riesce
ad aspettare dodici giorni comportandosi come si deve?
Sapete, credo di essermi innamorata di quella sua goffaggine,
di quei suoi tristi sguardi infantili. L'ho capito quando ho provato
piet nei suoi confronti mentre invece avrei dovuto arrabbiarmi
molto. Ah, povero bambino mio, - diceva una voce dentro di
me. - Riesci a soffrire cos tanto e sei cos goffo. Mi veniva una
tale voglia di proteggerlo che avrei anche potuto fare l'errore di
concedermi a quel vizioso.
Pensando ai miei poveri figli allungai il passo. Poi mi parve di
vedere un uomo, quasi un fantasma, che mi veniva addosso nella
neve fitta e nel buio calato all'improvviso, cos me la svignai a capo
chino.
Quando entrai dalla porta del cortile, capii subito che Hayriye
e i bambini non erano tornati. Va bene, non avevano ancora chiamato
alla preghiera della sera. Salii le scale, la casa profumava di
marmellata di arance amare, mio padre era nella sua stanza buia, io
avevo i piedi gelati; quando, entrando nella stanza con la lampada,
vidi che l'armadio era aperto, i cuscini caduti a terra e tutto in disordine,
pensai fossero stati Sevket e Orhan. La casa era silenziosa,
il solito silenzio, no, non proprio il solito. Quando mi cambiai
e misi gli abiti da casa, per un attimo desiderai rimanere da sola al
buio a fantasticare, ma udii uno scricchiolio provenire da sotto,
proprio sotto di me, non dalla cucina ma dallo studio estivo. Mio padre
era sceso l con questo freddo? Non ricordavo di aver visto la
luce di una candela ma, d'un tratto, sentii cigolare la porta che dava
sul cortile. Subito dopo, quando cominciarono gli inutili e infausti
ululati di quei maledetti cani, mi innervosii.
Hayriye, - gridai. - Sevket, Orhan...
Avevo freddo. Il braciere di mio padre era senz'altro acceso,
andai da lui, volevo stare con lui e riscaldarmi; non pensavo pi a
Nero, ma ai bambini. Avevo in mano la lampada.
Passando per l'anticamera, pensai se mettere l'acqua sul fuoco
per la zuppa di pesce. Entrai nella stanza con la porta azzurra, era
tutto sottosopra, ero confusa e stavo per dire: ma cosa ha combinato
mio padre.
Poi, l per terra, lo vidi.
Urlai in preda al terrore. Urlai di nuovo. Poi rimasi in silenzio
davanti al cadavere di mio padre.
Guardate, dal vostro silenzio, dal vostro sangue freddo, capsco
che voi sapete gi tutto quello che  accaduto in questa stanza.
Se non tutto, molto. Adesso siete curiosi della mia reazione di
fronte a quello che vidi, dei miei sentimenti. Quando si guarda un
disegno, a volte, si cerca di capire il dolore del protagonista,
pensando allo svolgersi della storia fino a quel punto drammatico. Voi,
guardando quello che far io, non vorrete provare il piacere di capire
il mio dolore, ma immaginare quel che avreste fatto, cosa avreste
provato al mio posto, se vostro padre fosse stato ucciso cos.
Bene. La sera tornai a casa e vidi che qualcuno aveva ucciso mio
padre. S, mi strappai i capelli per la disperazione. S, piansi a dirotto.
S, lo abbracciai con tutta la mia forza, come facevo quando
ero bambina e lo annusai. S, tremai a lungo di paura, dolore e solitudine,
mi mancava il respiro. S, non riuscivo a credere ai miei
occhi e supplicai Allah che mio padre si alzasse in piedi e si sedesse
silenzioso come sempre nel suo angolo, tra i suoi libri. Alzati
pap, alzati, non morire, dai pap, alzati. Ma la sua testa insanguinata
era a pezzi. Era tutto sottosopra, i libri, i fogli strappati, i tavolini,
gli attrezzi da pittura, i calamai rotti e buttati in giro, un cuscino,
i leggi, le tavolette da scrittura, tutto fracassato con ferocia,
non era la rabbia che aveva ucciso mio padre a farmi paura, ma l'odio
che aveva ridotto cos la stanza e tutto il resto. Non piangevo
pi. Mentre, nella via accanto, due persone passavano ridendo e
chiacchierando al buio, nella mia mente sentivo l'infinito silenzio
del mondo e con le mani mi pulivo il viso dalle lacrime ed il naso dal
moccio. Pensai a lungo ai bambini, alla nostra vita.
Ascoltai il silenzio. Corsi. Presi mio padre per i piedi e lo trascinai
in anticamera. Non so perch si fece pi pesante, ma non ci
badai e cominciai a farlo scendere dalle scale. A met scale rimasi
senza forze, mi sedetti per terra, forse avrei pianto, ma udii uno
scricchiolio, pensai che stessero arrivando Hayriye e i bambini e
afferrai di nuovo i piedi di mio padre, stringendoli sotto le ascelle,
scesi gi, questa volta pi in fretta. La testa del mio caro padre
era talmente fracassata e piena di sangue che, sbattendo sugli scalini,
faceva il rumore di uno straccio bagnato. Girai il suo corpo
che, chiss come, era tornato leggero, lo trascinai sulla soglia,
passai accanto alla stalla e con un unico movimento entrai nello studio
estivo. Corsi accanto al focolare della cucina per vedere qualcosa
nella stanza buia. Tornai indietro e, alla luce della candela che
avevo in mano, vidi che anche questa stanza dove avevo portato
mio padre era stata distrutta e per un attimo rimasi senza parole.
Chi , Dio mio, chi  stato?
La mia mente lavorava velocemente, e velocemente prendevo
in considerazione molte cose. Lasciai mio padre nella stanza, in
mezzo a una confusione spaventosa, e chiusi bene la porta. Presi
un secchio dalla cucina, lo riempii con l'acqua del pozzo, salii al piano
di sopra, accesi una lampada e pulii il sangue, prima in anticamera
e poi sulle scale. Feci tutto di corsa. Salii su, nella mia stanza,
mi tolsi l'abito sporco di sangue e ne indossai uno pulito. Con
il secchio e lo straccio in mano stavo per entrare nella stanza di mio
padre quando sentii aprirsi la porta del cortile. Nello stesso istante
ascoltai chiamare alla preghiera della sera. Raccolsi tutte le mie
forze e li aspettai con la lampada in mano in cima alle scale.
Mamma, siamo noi, disse Orhan.
Hayriye! Ma dove eravate!, esclamai, cercando di non urlare
ma di parlare bisbigliando.
Mamma, siamo arrivati prima della preghiera della sera...,
diceva Sevket.
Zitti, vostro nonno sta male, sta dormendo.
Sta male? - chiese Hayriye da sotto. Ma dal mio silenzio si
rese conto che ero arrabbiata: - Sekre Hanim, abbiamo aspettato
Kosta. Quando  arrivato il cefalo, non abbiamo perso tempo,
abbiamo raccolto dell'alloro, ho preso i fichi secchi e le amarene
per i bambini.
Avrei voluto scendere e sgridare Hayriye a voce bassa, ma pensai
che sulle scale la lampada avrebbe illuminato i gradini bagnati
e le macchie di sangue che non avevo potuto pulire per la fretta. I
bambini salirono - tap tap - al piano di sopra e si tolsero le scarpe.
Sssh, - dissi spingendoli verso la nostra stanza. - Vostro nonno
dorme, non  di l.
Vado nella stanza con la porta azzurra, vicino al braciere, -
disse Sevket. - Non vado nella stanza del nonno.
Vostro nonno sta dormendo l, sussurrai.
Per un attimo li vidi esitare. Che i ginn cattivi che sono entrati
dentro vostro nonno e l'hanno fatto ammalare non colpiscano
anche voi. Andate nella vostra stanza, su. Li presi tutti e due
per mano e li feci entrare nella stanza dove dormivamo insieme
abbracciati. Allora, ditemi un po', cosa avete fatto fuori fino a
quest'ora?
Abbiamo visto i mendicanti arabi, disse Sevket.
Dove? - chiesi. - Avevano delle bandiere?
Sulla salita. Hanno dato un limone a Hayriye e lei ha dato loro dei soldi.
Avevano gli abiti coperti di neve.
E poi?
In piazza c'era gente che tirava le frecce a un bersaglio.
Con questa neve?, domandai.
Mamma, ho freddo, - disse Sevket. - Vado nella stanza con la
porta azzurra.
Non si pu uscire da questa stanza, altrimenti si
muore. Adesso vi porto il braciere.
Perch dovremmo morire?, chiese Sevket.
Vi racconto una cosa, - li interruppi. - Ma non
ditela a nessuno, va bene?
Me lo promisero.
Mentre eravate fuori,  venuto qui un uomo pallidissimo, tutto bianco,
veniva da molto lontano, da un altro paese, e ha parlato con vostro nonno.
Era un ginn.
Mi chiesero da dove venissero i ginn.
Dall'altra parte del fiume, risposi.
Dove sta mio padre?, domand Sevket.
S, da l, - dissi. - Il ginn  venuto per guardare i disegni
nei libri di vostro nonno. Il peccatore che guarda quei disegni
muore subito.
Restammo in silenzio.
Vado gi da Hayriye, - dissi. - Porter qua il braciere ed il vassoio
per mangiare. Mi raccomando, non uscite dalla stanza, altrimenti
morite. Perch il ginn  ancora in casa.
Mamma, mamma, non andare, disse Orhan.
Mi girai verso Sevket: Sei responsabile di tuo fratello. Se uscite
e il ginn non vi colpisce, sar io a uccidervi. Feci la mia faccia
terribile, quella che faccio sempre prima di picchiarli. Adesso pregate
che vostro nonno malato non muoia. Se siete buoni, Allah accetter
le vostre preghiere e nessuno vi toccher. Cominciarono
a pregare senza troppa convinzione. Scesi al piano di sotto.
Qualcuno ha rovesciato la marmellata di arance amare, - disse
Hayriye. - Un gatto non avrebbe la forza di fare una cosa del
genere, cani non ne sono entrati...
Improvvisamente vide la mia espressione terrorizzata e si ferm:
Tutto bene? Cosa  successo?  successo qualcosa a tuo padre?
 morto.
Lanci un urlo. Batt il coltello e la cipolla che aveva in mano
sull'asse di legno cos forte da far saltare via il cefalo. Lanci un
altro urlo. Nello stesso istante, vedemmo entrambe che il sangue
sulla sua mano sinistra non era del cefalo, ma colava dall'indice
che si era tagliata al primo urlo. Corsi su, mentre cercavo un pezzo
di stoffa nella stanza di fronte alla mia, sentii rumori e urla dalla
stanza dei bambini. Entrai con il pezzo di stoffa in mano, Sevket
era montato sopra Orhan con le ginocchia appoggiate sulle sue spalle,
lo stava strangolando.
Cosa state facendo!, urlai con tutta la mia forza.
Orhan stava per uscire dalla stanza, disse Sevket.
Non  vero, - disse Orhan. - Sevket ha aperto la porta, gli ho
detto di non uscire. Cominci a piangere.
Se non state tranquilli, vi uccido.
Mamma, non andare, diceva Orhan.
Di sotto, fasciammo il dito di Hayriye e fermammo il sangue.
Quando le dissi che mio padre non era morto di morte naturale,
si spavent e preg Allah che ci proteggesse; si guardava il dito tagliato
e piangeva. Amava cos tanto mio padre da piangere sfregandosi
gli occhi o piangeva cos tanto da amarlo? Volle salire di
sopra per vederlo.
Non  di sopra, - dissi. -  nella stanza sul retro.
Mi guard perplessa. Quando cap che non l'avrei accompagnata,
non riusc a vincere la curiosit e la sua voglia di avere paura.
Prese la lampada e si avvi. Da dove mi trovavo, dall'ingresso
della cucina, la vidi fare quattro o cinque passi sulla soglia, spingere
lentamente la porta rispettosa e preoccupata e guardare la
grande stanza completamente sottosopra alla luce della lampada
che teneva in mano. Non riusc a vederlo subito e alz la lampada
per illuminare ogni angolo.
Poi url: Aah! Aveva visto mio padre l dove l'avevo lasciato,
accanto alla porta. Rimase ferma a guardarlo.
La sua ombra era immobile sulla soglia e sul muro della stalla.
E mentre lo guardava, io immaginai cosa stesse vedendo. Quando
torn indietro e mi venne accanto non piangeva. Capii che sarebbe
stata in grado di cacciarsi in testa quel che volevo dirle, e ne fui
contenta.
Adesso ascoltami Hayriye, cominciai. Parlavo dondolando
il coltello sporco di pesce che la mia mano aveva afferrato spontaneamente.
Il piano di sopra  a soqquadro, quel maledetto demonio
 entrato anche l e ha distrutto e buttato gi tutto, ha frugato
ovunque.  l che ha spaccato la testa e la faccia a mio padre,
che l'ha ucciso. L'ho portato gi io perch i bambini non vedessero
e tu non ti spaventassi. Ero uscita anch'io dopo di voi. Mio
padre era solo in casa.
Non lo sapevo, - disse con fare insolente. - E dov'eri?
Rimasi in silenzio per un po', volevo che lo notasse. Poi risposi:
Ero con Nero. Mi sono incontrata con Nero nella casa dell'ebreo
impiccato. Ma non devi dirlo a nessuno. E per adesso non dirai
neanche che mio padre  stato ucciso.
Chi l'ha ucciso?
Era veramente stupida o faceva cos per mettermi alle strette?
Se lo sapessi non nasconderei la sua morte. Non lo so. Tu lo sai?
Come posso saperlo io. E adesso cosa faremo?
Farai come se non fosse accaduto nulla, dissi. Mi veniva da
piangere e da urlare, ma mi trattenni. Restammo entrambe in
silenzio.
Dopo un bel po' di tempo, dissi: Adesso lascia perdere il pesce.
Prepara la tavola per i bambini.
Quando cominci a piangere, ci abbracciammo forte. La accarezzai,
per un attimo provai piet per me stessa e per i bambini,
per tutti noi. Ma mentre la stringevo, il tarlo del dubbio si muoveva
sospettoso dentro di me. Voi sapete dov'ero mentre mio padre
veniva assassinato. Sapete che sono stata io ad allontanare Hayriye
ed i bambini da casa, che l'ho fatto con altre intenzioni, che sono
state coincidenze una dopo l'altra... Ma Hayriye lo sa? Quando
le spiego le cose, capisce? Capir? Capir, ma allo stesso tempo si
preoccuper. La abbracciai ancora pi forte. Quando immaginai
che il suo cervello da serva avrebbe potuto pensare che avessi voluto
celare un inganno, mi sentii come se la stessi ingannando davvero.
Mentre mio padre veniva ucciso, io mi incontravo con Nero
e facevo l'amore con lui. Se fosse stata solo Hayriye a pensarlo
non mi sarei sentita tanto in colpa, ma so che lo pensate anche voi.
Inoltre, credete che vi nasconda qualcosa, ammettetelo. Povera
me! Come sono sfortunata! Cos, quando cominciai a piangere,
Hayriye pianse con me e ci abbracciammo.
Una volta seduta alla tavola che avevamo preparato nella stanza
al piano di sopra, feci finta di mangiare. Ogni tanto uscivo con
la scusa di controllare il nonno e piangevo. I bambini erano molto
sospettosi, e quando, dopo cena, ci mettemmo a letto, praticamente
mi si appiccicarono addosso. Non riuscivano a prendere sonno
per paura dei ginn, si agitavano e dicevano: Sento uno scricchiolio,
l'hai sentito anche tu? Promisi di raccontare una storia
d'amore per farli rilassare e dormire. Lo sapete, al buio le parole
hanno le ali.
Mamma, non ti sposerai con nessuno, vero?, domand Sevket.
Ascoltami adesso, - dissi. - C'era una volta un principe che
s'innamor da lontano di una fanciulla bellissima. Come accadde?
Perch prima di vedere la fanciulla, ne aveva visto il ritratto.
Come faccio quando sono triste ed infelice, raccontai la mia storia
inventandola sul momento, come mi veniva. L'avevo inventata
con i colori delle cose che mi passavano per il cuore, dei miei ricordi
e delle mie sofferenze, sembrava una specie di triste miniatura
che accompagnava quel che mi era capitato.
Quando si furono addormentati entrambi, uscii dal letto caldo
e con Hayriye mettemmo in ordine la stanza che quello schifoso
demonio aveva messo sottosopra. Mentre esaminavamo le casse
svuotate e frugate in ogni angolo, i libri, le stoffe, le tazze gettate
a terra e rotte, le pentole, i calamai, il leggio spaccato, i barattoli
di colori, i fogli strappati con odio e buttati a terra, una di noi
ogni tanto si interrompeva e scoppiava a piangere. Sembrava che
fossimo pi tristi per il disastro delle stanze e degli oggetti e per
la brutale intrusione nella nostra intimit che per la morte di mio
padre. Le persone che prdono i loro cari, secondo la mia esperienza,
trovano consolazione nel vedere che nella casa tutto rimane
come era, che le tende, le coperte, la luce del giorno appaiono
come prima, fino a credere, a volte, che Asraele non abbia portato
via i loro cari.
Il fatto che la casa che mio padre curava con pazienza e amore,
di cui aveva minuziosamente decorato le porte e le nicchie, fosse
stata messa impietosamente a soqquadro, non ci consolava n
ci permetteva di pensare ad altro, anzi ci ricordava di continuo la
crudelt di quel maledetto e ci spaventava.
Per mio desiderio, scendemmo gi, prendemmo l'acqua dal pozzo,
gli praticammo le sacre abluzioni e leggemmo dal suo Corano
preferito, un volume di Herat, la Sura della famiglia di Imran che
la buonanima di mio padre diceva di amare molto perch parlava
di speranza e di morte; a un certo punto entrambe ci accorgemmo
con terrore del cigolio della porta del cortile, ma poi non udimmo
pi nulla. A mezzanotte controllammo il chiavistello della porta
del cortile e la bloccammo con il vaso di basilico che mio padre innaffiava
nelle mattine di primavera con l'acqua del pozzo; poi,
entrando in casa, per un attimo pensammo che le ombre allungate
dalla nostra lampada appartenessero a qualcun altro. Ci spaventammo
ancora di pi, provando un terrore che ci prese come una
specie di venerazione silenziosa mentre gli lavavamo il volto sporco
di sangue e gli cambiavamo gli abiti Passami il braccio, aveva
bisbigliato Hayriye. La nostra unica scelta era comportarci come
se mio padre fosse morto di morte naturale.
Quello che ci stup quando gli togliemmo gli abiti e la biancheria
sporchi di sangue fu vedere, nella stanza buia, alla luce della candela,
il colore diafano e vitale che aveva assunto la sua pelle.
Tremavamo, ancora spaventate, e non ci imbarazzava guardare il suo
corpo nudo pieno di nei e ferite, disteso liberamente. Quando Hayriye
and a prendere la biancheria e la camicia verde di seta non riuscii
a trattenermi, guardai il coso del mio povero padre. Ma poi mi
vergognai di averlo guardato. Dopo avergli messo degli abiti puliti
e avergli lavato con cura il sangue dal collo, dal viso e dai capelli, lo
abbracciai con tutta me stessa, annusai il suo odore fino a saziarmi,
ficcando il naso nella sua barba, e piansi a lungo.
Per coloro che mi reputino incosciente, se non colpevole,
aggiungo subito che piansi ancora due volte: 1. Quando, mentre riordinavo
la stanza al piano di sopra in modo che i bambini non si accorgessero
di niente, per un'abitudine che risaliva alla mia infanzia,
portai all'orecchio una conchiglia che serviva a levigare i fogli
e mi accorsi che la voce del mare era quasi completamente scomparsa.
2. Quando vidi che anche il cuscino rosso di velluto,
diventato ormai parte del didietro di mio padre che ci si era seduto
sempre negli ultimi vent'anni, era stato fatto a pezzi.
Danni irreparabili a parte, quando la casa fu a posto, negai fermamente
ad Hayriye la sua richiesta di prepararsi il letto nella nostra
stanza per quella notte. I bambini potrebbero sospettare qualcosa,
le dissi. Ma la verit era che volevo rimanere da sola con i
bambini e punirla. Mi misi a letto, non riuscii a dormire per un bel
po'. Non perch pensavo alla mostruosit di quanto era accaduto,
ma perch valutavo tutto quello che poteva ancora accadere.
...
Capitolo trentunesimo. Il mio nome  rosso.

Quando Firdusi, il poeta del Libro dei Re, venne a Ghazna, alla
corte di Sci Mahmut per essere disprezzato come un poeta provinciale,
e all'improvviso declam l'ultima strofa di una quartina
di tre versi che finivano con una rima molto difficile, io ero l, sul
suo caftano. Quando il leggendario eroe del Libro dei Re, Rstem,
part alla ricerca del suo cavallo scomparso in paesi lontani, io ero
sulla sua faretra, nel sangue che col quando con la sua spada
straordinaria tagli in due il gigante leggendario, tra le pieghe delle
coltri quando pass la notte a fare l'amore con la bella figlia dello
sci di cui era ospite. Ero ovunque e sono ovunque. Quando il vile
Tur tagliava la testa a suo fratello Ire, quando i meravigliosi e
leggendari eserciti combattevano nella steppa e quando, per un
colpo di sole, il sangue scorreva brillando senza sosta dal bel naso
di Alessandro, io ero l. Ero sull'abito della bella che lo sci dei
sassanidi, Behram Gr - che ogni giorno della settimana sedeva
su un trono di colore diverso e passava ogni notte con una bella
diversa proveniente da un clima diverso e ne ascoltava le storie -
visitava il marted e di cui si era innamorato vedendone il ritratto,
ed ero su tutto ci che indossava dalla corona al caftano, Cosroe,
e Sirin se n'era innamorata guardandone il ritratto. Ero sulle
bandiere degli eserciti che assediavano le fortezze, sulle tovaglie
dei banchetti, sui caftani di velluto degli ambasciatori che
baciavano i piedi ai sultani, e ovunque si dipingeva la spada per le
cui storie i bambini vanno matti. Sono stato steso con i pennelli
sui fogli di carta pesante provenienti dall'India e da Bukhara, sotto
lo sguardo di apprendisti dai begli occhi, di maestri miniaturisti,
ero sui tappeti di USak, sulle decorazioni dei muri, sulle camicie
indossate da donne tristi che guardavano la strada dalla finestra
socchiusa, sulle creste dei galli da combattimento, sui frutti e
sui leggendari melograni di leggendari paesi, sulla bocca di Satana,
sulla sottile linea nei quadri, sui sinuosi ricami delle tende, sui
fiori che il miniaturista faceva solo per il proprio piacere, appena
visibili a occhio nudo, sugli occhi di ciliegia delle statue di uccelli
fatte di zucchero, sulle calze dei pastori, sulle albe leggendarie, sui
cadaveri e sulle ferite di migliaia, anzi, decine di migliaia di guerrieri,
sci e innamorati. Amo stare nelle rappresentazioni di guerra
dove il sangue si apre come un fiore, sul caftano del poeta pi
bravo mentre uomini e poeti bevono vino e ascoltano musica sui
prati, sulle ali degli angeli, sulle labbra delle donne, sulle ferite dei
morti e sulle loro teste tagliate che grondano sangue.
Sento che vi domandate: cosa vuol dire essere un colore?
Il colore  il tocco dell'occhio, la musica dei sordi, un grido nel
buio. Dato che sono decine di migliaia di anni che ascolto, di libro
in libro, di oggetto in oggetto, quel che dicono le anime, come
il ronzio del vento, lasciatemi dire che il mio tocco somiglia a
quello degli angeli. Parte di me richiama i vostri occhi,  la mia
parte pesante. L'altra parte vola in aria con i vostri sguardi,  la
mia parte leggera.
Sono cos contento di essere rosso! Mi brucia dentro, sono forte,
so di attirare l'attenzione, so anche che non riuscite a resistermi.
Non mi nascondo. Per me, la finezza non si ottiene con la debolezza
o la fragilit, ma con la decisione e la forza di volont. Mi
faccio notare. Non ho paura degli altri colori, delle ombre, della
folla o della solitudine. Com' bello riempire con il mio fuoco vittorioso
una superficie che mi attende! Dove mi espando io, gli occhi
brillano, le passioni si fortificano, le sopracciglia si alzano, i
cuori battono forte. Guardatemi, com' bello vivere! Contemplatemi,
com' bello vedere. Vivere  vedere. Io vedo ovunque. La
vita comincia con me, tutto torna a me, credetemi.
Fate silenzio e ascoltate come mai sono un rosso cos meraviglioso.
Un maestro miniaturista esperto di colori pest e polverizz
con le proprie mani nel mortaio le migliori cocciniglie provenienti
dai luoghi pi caldi dell'India e ne prepar cinque dramme, poi
prepar una dramma di saponaria e mezza dramma di lotor. Mise
tre okka di acqua nel recipiente, ci butt la saponaria e la fece bollire.
Poi aggiunse il lotor e lo mescol ben bene. Lo fece bollire il
tempo necessario a prendersi un buon caff. Mentre lui beveva il
caff, io mi spazientivo come un bambino in procinto di nascere.
Una volta che il caff gli ebbe aperto la mente e gli occhi, gett
nel recipiente la polvere rossa e la mescol per bene con uno dei
sottili bastoncini puliti che usava per questo lavoro. Adesso sarei
diventato un vero rosso, la mia densit  talmente importante, l'acqua
non deve bollire a lungo inutilmente, ma deve comunque bollire.
Prese un po' d'acqua con l'estremit del bastoncino e la mise
sull'unghia del pollice (le altre dita non vanno assolutamente bene).
Ohh, che bello essere rosso! Gli tinsi l'unghia di rosso senza
colare, la mia densit andava bene ma c'era del sedimento. Tolse
il recipiente dal fuoco, mi filtr attraverso un tessuto pulitissimo
e mi col, divenni ancora pi puro. Poi mi mise sul fuoco, mi fece
bollire ancora due volte fino a schiumare, aggiunse un po' di allume
battuto e mi lasci raffreddare.
Passarono un paio di giorni, rimasi l in fondo al recipiente senza
mescolarmi a nulla. Desideravo essere steso sulle pagine, ovunque
e su ogni cosa, mi offendeva stare cos. In questo periodo di
silenzio meditai su cosa significasse essere rosso.
Una volta, in una citt della Persia, quando il pennello di un
apprendista mi stese sulle decorazioni di una coperta da sella del
cavallo disegnato a memoria da un miniaturista cieco, avevo sentito
discutere due maestri ciechi.
Noi che, com'era ovvio, alla fine siamo diventati ciechi per
aver lavorato con ardore e fede tutta la vita, sappiamo e ricordiamo
che tipo di colore e che tipo di sentimento  il rosso, - disse il
maestro che aveva disegnato il cavallo a memoria. - Ma se fossimo
stati ciechi dalla nascita, come avremmo capito il rosso che il
nostro bell'apprendista sta stendendo?
 un bel problema, - disse l'altro. - Ma i colori non si capscono,
si sentono.
Raccontate, maestro, la sensazione del rosso a chi non l'ha
mai visto.
Se lo toccassimo con la punta delle dita, avremmo una sensazione
di qualcosa tra il ferro e il rame. Se lo prendessimo in mano,
sentiremmo bruciare. Se lo afferrassimo, lo sentiremmo pieno come
un pezzo di carne salata. Se lo prendessimo in bocca, la riempirebbe.
Se lo annusassimo, avrebbe l'odore del cavallo. Se profumasse
di fiori, sarebbe simile alla margherita, non alla rosa rossa.
Allora, centodieci anni fa, la pittura europea non era una vera
minaccia come pensavano gli sci, e i grandi leggendari maestri,
fiduciosi nei propri metodi come in Allah, interpretarono l'uso di
diversi toni di rosso che facevano i maestri europei anche nella pi
ordinaria ferita da spada o nel tessuto pi banale, come una specie
di disonesta goffaggine, tanto da riderci sopra. Solo un miniaturista
inesperto, indeciso e debole, potrebbe usare rossi diversi
per il rosso di un caftano, dissero. L'ombra non pu essere una
scusa. Esiste un unico rosso e bisogna credere solo in quello.
Qual  il significato di questo rosso?, chiese di nuovo il maestro
cieco che aveva disegnato il cavallo a memoria.
Il significato dei colori  il fatto che siano qui davanti a noi e
che possiamo vederli, - rispose l'altro. - Non si pu raccontare il
rosso a chi non lo vede.
Anche gli infedeli, gli atei e i miscredenti, per negare Allah,
dicono che non si vede, disse il maestro cieco che aveva disegnato
il cavallo.
E invece Egli si fa vedere da chi vede, - disse l'altro maestro.
-  per questo che il Corano dice che chi vede e chi non vede non
potranno mai essere uguali.
Il bell'apprendista mi aveva steso pian piano sulla coperta da
sella del cavallo. Fissare la mia pienezza, la mia forza e la mia vivacit
sul bianco e nero di una bella miniatura  una sensazione
cos piacevole che quando il pennello di pelo di gatto mi spalma,
dalla gioia, sento un po' di solletico. Cos, dando colore, sembra
che io dica al mondo che tu sia!, e il mondo  a partire dal mio
color sangue. Chi non vede lo nega, ma io sono ovunque.
...
Capitolo trentaduesimo. Io, Sekre.

L'indomani mi alzai dal letto prima che i bambini si svegliassero,
scrissi a Nero una breve lettera dicendogli di venire subito
alla casa dell'ebreo impiccato e la misi in mano a Hayriye perch
la portasse di corsa ad Esther. Hayriye prese la lettera e mi guard
negli occhi in modo sfrontato, temeva quel che ci sarebbe potuto
accadere e io ricambiai il suo sguardo con un'audacia appena acquisita,
non avendo pi un padre da temere. Questo stabil il colore
delle convenzioni e delle regole che ci sarebbero state d'ora
in avanti tra di noi. Vi confesso che negli ultimi due anni ero preoccupata
che Hayriye potesse avere un bambino da mio padre e,
dimenticando di essere una serva, si mettesse a fare la signora.
Prima che i bambini si svegliassero, andai dal mio povero padre e gli
baciai con rispetto la mano impietrita ma, stranamente, ancora
morbida. Nascosi le sue scarpe, il suo turbante imbottito, il suo
mantello viola e quando i bambini si svegliarono dissi loro che il
nonno era guarito ed era andato presto da Mustaf Pasci.
Mentre Hayriye, tornata dai suoi giri mattutini, preparava la tavola
per la colazione e metteva anche ci che restava della marmellata
di arance amare, pensavo che in quel momento Esther stava suonando
alla porta di Nero. Non nevicava pi, era uscito il sole.
Notai la stessa cosa anche quando entrai nel giardino dell'ebreo
impiccato: i pezzi di ghiaccio che pendevano dalle grondaie e dagli
infissi si stavano sciogliendo velocemente ed il giardino che puzzava
di muffa e foglie putride assorbiva avido i raggi del sole.
Trovai Nero ad aspettarmi dove l'avevo visto soltanto la sera prima,
mi sembrava fossero passate settimane. Sollevai il velo e gli dissi:
Gioisci, se ti riesce. Ormai tra noi non ci saranno pi le obiezioni,
le contrariet, i dubbi di mio padre. Ieri notte mentre tu,
qui, cercavi di toccarmi in maniera disonesta, qualcuno, un demonio,
 entrato nella nostra casa vuota e ha ucciso mio padre.
Sarete senz'altro pi curiosi della reazione di Nero che di sapere
il perch del mio atteggiamento presuntuoso e non esattamente
sincero. Non lo so bene neanch'io perch. Forse avevo paura
che, se avessi pianto, Nero mi avrebbe abbracciato e io mi sarei
avvicinata a lui prima di quanto pensassi.
Ci ha messo a soqquadro la casa, ha rotto un sacco di cose, si
vede che ha agito con rabbia e odio. Non penso assolutamente che
questo demonio abbia finito, non se ne star tranquillo nel suo angolo.
Ha rubato l'ultimo disegno del libro di mio padre. Voglio che
tu protegga me, noi, il libro di mio padre da lui. Ma a che titolo,
per quale relazione di parentela? Ecco, questo  il problema.
Stava per dire qualcosa, ma lo fermai con lo sguardo, fu semplice,
come se l'avessi sempre fatto.
Dopo la morte di mio padre agli occhi del cad il mio tutore 
mio marito, la famiglia di mio marito. Era cos anche prima che morisse
mio padre, perch secondo il cad mio marito  vivo. Sono riuscita
a tornare da mio padre anche se non ero ancora vedova,
perch Hasan, in assenza del fratello, ha cercato di approfittare di me
e la sua goffa impertinenza ha lasciato mio suocero nel dubbio. Adesso,
dato che mio padre  morto e io non ho neanche un fratello maschio,
vuol dire che sono completamente priva di protezione.
Oppure i miei tutori sono, senza dubbio, il fratello di mio marito e mio
suocero. Tu sai che si sono gi mossi per riportarmi a casa loro,
stavano per forzare mio padre, avevano deciso di obbligarmi con le minacce.
Appena si sapr che mio padre  stato ucciso, si daranno subito
da fare per ricondurmi a casa. Ma io non voglio tornare in quella
casa, e cos nascondo la morte di mio padre. Forse inutilmente.
Perch potrebbero esserci loro dietro questo delitto.
Proprio in quel momento, un delicato raggio di sole filtr dalle
persiane e dalle finestre rotte della casa dell'ebreo impiccato tra me
e Nero illuminando anni e anni di polvere accumulata nella stanza.
Questo non  l'unico motivo per cui nascondo la morte di mio
padre, - dissi guardando Nero fisso negli occhi che mi restituiva
uno sguardo pi attento che innamorato con mio grande piacere.
- Ho paura di non riuscire a dimostrare dov'ero quando mio padre
 stato ucciso. Ho paura che Hayriye, anche se la testimonianza
di una serva non ha alcun valore, sia parte degli intrighi contro di
me, e se non contro di me contro il libro di mio padre. Non avendo
un tutore che mi protegga, potrei annunciare al cad l'assassinio
di mio padre, e in un primo momento sarebbe facile fargli accettare
l'omicidio, ma in sguito, per i motivi che ho elencato poco
fa - per esempio Hayriye potrebbe essere al corrente del fatto
che mio padre non voleva che ti sposassi - potrebbe essere causa
per me di grande sventura.
Tuo padre non voleva che tu mi sposassi?, chiese Nero.
No, non voleva, perch, come sai, temeva che tu mi portassi
lontano da lui. Adesso che non  pi possibile fargli questa cattiveria,
il mio povero caro padre non potr obiettare in nessun modo
al nostro matrimonio. Tu hai qualcosa da obiettare?
No, mia bella.
Bene. Anche il mio tutore non ti chieder n denaro n oro.
Perdona la mia impertinenza, parlare di accordi matrimoniali. Ma
esistono delle condizioni necessarie perch io mi sposi che,
purtroppo, devo spiegare dettagliatamente subito e adesso.
Rimasi a lungo in silenzio. S, disse Nero con l'aria di chi si
scusa per un ritardo.
Primo, - iniziai, - se mi maltratti in maniera intollerabile o
se sposi un'altra divorzieremo e tu mi manterrai comunque, lo giurerai
davanti a due testimoni. Secondo, se abbandoni la casa per
pi di sei mesi, con o senza motivo, e se non torni pi, potr divorziare
ed essere mantenuta, lo giurerai davanti a due testimoni.
Terzo, dopo che ci saremo sposati ti trasferirai a casa mia, ma non
potrai dividere il letto con me finch non verr trovato quel vile
che ha ucciso mio padre, o non lo troverai tu stesso - vorrei tanto
torturarlo con le mie mani! - e, grazie al tuo talento e ai tuoi
sforzi, il libro del Nostro Sultano non sar finito e consegnato con
onore. Quarto, amerai i miei figli che dividono il letto con me come
se fossero i tuoi.
Va bene.
Bene. Se tutti gli ostacoli verranno eliminati a questa velocit,
presto entreremo nel mondo delle coppie sposate.
S, nel mondo delle coppie sposate, ma non nello stesso letto.
La cosa pi importante  il matrimonio, - dissi. - Prima risolviamo
quello. L'amore viene dopo il matrimonio. Non dimenticare:
il fuoco d'amore che divampa prima del matrimonio si spegne
e lascia dietro di s solo tristi rovine. Certamente anche l'amore
che si prova dopo il matrimonio finisce, ma il suo posto lo
prende la felicit. Eppure ci sono stupidi frettolosi che s'innamorano
prima del matrimonio e bruciando d'amore consumano l'amore.
Perch? Perch pensano che l'unico grande scopo della vita
sia l'amore.
E quale sarebbe lo scopo giusto?
La felicit. Sia l'amore che il matrimonio servono a ottenerla:
un marito, una casa, dei figli, un libro. Non vedi che anche la
mia condizione di donna con un marito scomparso e un padre morto
 migliore della tua arida solitudine? Morirei se non avessi i miei
figli, passiamo le giornate a coccolarci, a ridere ed a giocare. Adesso,
dato che  questo che tu invidi e non vedi l'ora di passare la
notte con me, se non nello stesso letto almeno sotto lo stesso tetto,
insieme al cadavere di mio padre ed al baccano dei miei figli,
apri bene le orecchie ed ascoltami.
Ti ascolto.
Ci sono diversi modi per cercare di divorziare. Per esempio,
dei falsi testimoni potrebbero giurare il falso dicendo che mio marito,
prima di andare in guerra, ha disposto che venissi considerata
divorziata nel caso lui non fosse tornato dopo due anni. Oppure,
meglio ancora, potrebbero giurare di aver visto il cadavere di
mio marito su un campo di battaglia e descriverlo nei dettagli. Ma
se pensiamo al cadavere di mio padre in casa e all'opposizione di
mio cognato e di mio suocero, fare assegnamento su queste false
testimonianze potrebbe essere una via molto insidiosa, e i cad intelligenti
e prudenti avrebbero paura e non le accetterebbero.
Anche i cad che, come noi, appartengono alla scuola hanafita, non
mi concederebbero il divorzio, pur tenendo conto che mio marito
non torna dalla guerra da quattro anni e mi ha lasciata senza sostentamento.
Ma il cad di Scutari, per concedere la possibilit di
divorziare alle donne che si trovano nella mia stessa situazione e
che, a causa delle guerre con i persiani, aumentano ogni giorno,
con la complicit del Nostro Sultano e dello Seyhlislam, chiude
un occhio, a volte delega il suo vice, uno shafiita, che concede facilmente
e velocemente il divorzio, sempre con il mantenimento
per la moglie. Trova due uomini come testimoni, pagali, vai con
loro sulla sponda asiatica, a Scutari, e convinci il cad a delegare il
suo vice per concedermi il divorzio; se con questi testimoni riesci
a ottenere il mio divorzio e lo fai registrare negli atti del cad,
prendi subito un foglio, un documento che lo provi e mi permetta di
sposarmi senza aspettare il divorzio. Se riesci a fare tutto questo
oggi pomeriggio e a tornare sulla sponda europea, non sar difficile
trovare un imam che ci sposi in serata, e stanotte, come mio
marito, potrai dormire sotto lo stesso tetto con me ed i miei figli.
Ci potrai salvare da una notte insonne a tremare per paura di quel
demonio e ad ascoltare i cigolii della casa, e mi difenderai nella mia
condizione di povera donna senza nessuno, domani mattina, quando
annunceremo la morte di mio padre.
S, - disse Nero con un ottimismo un p' infantile. - S. Ti
prendo in moglie.
Poco fa vi avevo detto che non sapevo perch parlavo con questo
tono altezzoso e poco sincero con Nero. Adesso lo so:
probabilmente intuivo che solo con quest'arroganza potevo convincere
Nero, di cui conoscevo la stupidit da quando era piccolo, di cose
che io stessa difficilmente credevo si potessero risolvere.
Abbiamo molto da combattere contro chi affermer che il mio
divorzio e il nostro matrimonio, e speriamo che si celebri oggi pomeriggio,
non siano validi, contro chi cercher di impedire che il
libro di mio padre venga finito, i nostri nemici, ma adesso  meglio
che non confonda ulteriormente la tua mente, che  gi pi
confusa della mia.
Non hai affatto la mente confusa, disse Nero.
Perch queste non sono idee mie, sono cose che ho imparato
parlando con mio padre nel corso degli anni, dissi, perch non
pensasse che tutto veniva fuori dalla mia mente di donna e credesse
alle mie parole.
Nero disse la stessa cosa che dicono tutti gli uomini che mi trovano
molto intelligente.
Sei molto bella.
S, - dissi. - Mi piace che la mia intelligenza venga elogiata.
Quando ero piccola anche mio padre la elogiava molto.
Stavo per dire che purtroppo, una volta cresciuta, mio padre
aveva smesso di elogiarla, quando scoppiai a piangere. Piangendo
mi sembrava di uscire da me stessa e diventare un'altra donna separata
da me e, come il lettore che si angustia guardando un disegno
triste nella pagina di un libro, vedevo la mia vita dal di fuori
e mi compativo. Versare lacrime per i propri problemi come se appartenessero
agli altri ha un lato cos innocente che, quando Nero
mi abbracci, ci riempimmo di bont. Ma la bont rimaneva tra
noi, quando ci abbracciavamo, non arrivava mai fino al mondo dei
nemici che avevamo attorno.
...
.
...
FINE Parte 2.